Modena, 19 novembre 2020 - La lotta al Covid fa passi avanti grazie alla ricerca. Come quella condotta sulle regioni Emilia Romagna e Veneto che indaga sull’incidenza della mortalità riscontrata durante la prima ondata della pandema in rapporto all’inquinamento atmosferico delle zone in esame.

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Alla pubblicazione scientifica, dal titolo ‘Associazioni fra la mortalità da Covid-19 in due regioni Italiane e l’inquinamento atmosferico esterno valutato tramite il biossido di azoto troposferico’ hanno partecipato Tommaso Filippini, ricercatore dell’Università di Modena e Reggio Emilia e Marco Vinceti, professore ordinario del dipartimento di epidemiologia della scuola di Medicina dell’UniMoRe, oltre alla collaborazione fra gli altri di Kenneth J. Rothman, della Boston University School of Public Health e Nicola Orsini del dipartimento di Sanità Globale di Stoccolma.

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Marco Vinceti, da quali suggestioni è nata questa ricerca?
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Semplicemente ci siamo chiesti cosa potessimo fare come igienisti nelle università, per affiancare i nostri colleghi impegnati in prima linea nella lotta al Covid. La risposta immediata è stata fare ricerca, compiere elaborazioni epidemiologiche per capire come va avanti l’epidemia e come frenarla. L’igienista si occupa proprio di questo, di come si trasmette nella popolazione il virus e quali siano le possibilità per prevenirne la rapida diffusione".

Nel caso del Coronavirus quali tratti distintivi sono emersi?
"Si tratta di un virus che si diffonde rapidamente, seppur meno rapidamente rispetto ad altri. Ma perché, ci siamo chiesti, durante la prima ondata la sua incidenza sulla mortalità è stata più alta in alcune zone rispetto ad altre? Si è ragionato per fattori che rendono più facile e virulenta l’infezione e fra questi è stato individuato l’inquinamento atmosferico, che poteva o rappresentare un veicolo per il virus oppure un mezzo di indebolimento dell’organismo".

E qual è la vostra ipotesi?
"Nella pubblicazione analizziamo come in un luogo di addensamento di biossido di azoto e particolato come la pianura Padana, l’inquinamento abbia reso gli abitanti del territorio più fragili davanti all’infezione rispetto a un paziente contagiato a parità di età, sesso e presenza di altre patologie. Da qui l’aumento di mortalità".

Il confronto non si è perciò basato sui dati del contagio?
"Abbiamo scelto di basarci sul numero di morti e di ricoveri, che al contrario degli esiti dei tamponi, sono dati oggettivi e indipendenti dalla volontà dei singoli o dalle politiche sanitarie. Per questo abbiamo richiesto alla Regione Emilia Romagna e Veneto e ad altre università quali l’UniBo e l’ateneo di Padova di accedere a tutte quelle informazioni comunemente dette big data per ampliare il nostro spettro di ricerca".

E cosa è emerso?
"È emerso che effettivamente come pensavamo, nel periodo d’esame che va dal 24 febbraio e le prime limitazioni, fino al 5 aprile, primo termine stimato del lockdown, nelle zone a maggiore presenza di No2 (biossido d'azoto) come Piacenza (113 ), Modena (95) e Reggio Emilia (83), al 5 aprile corrispondeva un’incidenza della mortalità molto più alta rispetto a province come Rovigo, dove i livelli di No2 erano di 68 fra il 24 febbraio e l’8 marzo, per un’incidenza di morti su centomila abitanti del 6.81 contro il 234.37 per esempio di Piacenza".

Come mai questo ampio scostamento?
"Ciò che interessa è il trend, confermato dal rapporto inquinamento/mortalità per tutte le province, i dati però, per ragioni di privacy, non tengono conto dell’età dei morti, ne del sesso o della eventuale co-morbilità. Inevitabilmente perciò il numero di morti è un dato un po’ grezzo, ma la tendenza è chiara e dice di un progressivo aumento di rischio relativamente alla quantità di smog".

Dopo due mesi di lockdown totale e quindi un calo dell’inquinamento allora come si spiega una seconda ondata tanto virulenta?
"Purtroppo sarebbe piaciuto a tutti che con due mesi a basse emissioni potessero cancellarsi gli effetti di anni di inquinamento. Ma l’incidenza sull’organismo umano non ha tempi così brevi e il risultato è che chi vive in zone molto inquinate avrà sempre un rischio maggiore di contrarre forme gravi di Coronavirus rispetto a chi abita un ambiente più bucolico".