IL MARESCIALLO dell’aeronautica Gianluca Danise aveva 43 anni, la divisa era il suo orgoglio, i camerati la sua famiglia. Nel luglio 2003, a Nassiriya, lavorò 36 ore di fila per costruire le bare di zinco che contenessero i corpi dei 19 militari italiani uccisi nell’attentato alla nostra base in Iraq. Avvolse ciascun corpo nel Tricolore, pianse ciascun morto come fosse suo fratello. Gianluca Danise è stato abbattuto quattro giorni fa da un cancro contratto in zona di guerra: più di 300 militari come lui sono già morti, più di 3mila si sono ammalati dello stesso male. La Corte d’Appello di Roma ha stabilito che la causa di quelle malattie è l’uranio impoverito usato nei bombardamenti della Nato sui Balcani come in Iraq. Lo Stato italiano dissente, i soldati malati si curano quasi sempre a proprie spese. Lo Stato italiano ha dunque tradito la fiducia di quei ragazzi che, vestendo una divisa e partendo volontari, erano pronti a morire per la Patria. A morire, non ad ammalarsi di cancro. È questione di onore e di responsabilità: quella ferita tra istituzioni e militari va suturata. Se non lo fa il governo, è auspicabile che il capo dello Stato Sergio Mattarella, in quanto ex ministro della Difesa e attuale comandante in capo delle Forze Armate, eserciti almeno la sua moral suasion.