ANDREA SPINELLI
Cultura e spettacoli

Vasco Brondi, ritorno a casa: "Le mie canzoni come talismani"

Stasera il cantautore al Ferrara Summer Festival. In apertura i Gaznevada, poi arrivano i CCCP

Vasco Brondi, ritorno a casa: "Le mie canzoni come talismani"

Vasco Brondi, ritorno a casa: "Le mie canzoni come talismani"

Tutti i concerti sono importanti. Ma alcuni sono più importanti di altri. Soprattutto se ti riportano a casa come accade a Vasco Brondi stasera alle 20.40 sul palco di Piazza Ariostea al Ferrara Summer Fest, in ottima compagnia: alle 19 i Gaznevada e poi seguiranno, alle 22, i CCCP in una delle tappe del tour In Fedeltà la Linea c’è. Una notte di fuochi "che bruciano, tormentano, ma possono pure illuminare" ammette lui parlando dello spettacolo in replica pure a Frontone (Pesaro-Urbino) il 24 luglio a Risorgimarche e a Cesena il 12 agosto. Insomma, canzoni usate come "talismani per affrontare travagli di ogni tipo, come ricorda pure il titolo del mio disco dal vivo quattro anni fa". L’ultima fatica Un segno di vita è, infatti, un album magmatico che, giura Brondi, prosegue la sua marcia di avvicinamento "al nucleo della terra".

Da cosa nasce questo bisogno di guardarsi dentro?

"Quando è arrivato il decennale de Le Luci della Centrale Elettrica, mi sono reso conto di aver terminato un ciclo, perché sentivo la necessità di propormi in maniera diversa, rivelandomi di più e in prima persona, col mio nome, senza paura di abbattere quella che in teatro chiamano la quarta parete".

Cosa l’ha portata ad incidere ’Un segno di vita’?

"Sono uno di quelli che devono sempre fare scintille, avere qualcosa di speciale da inseguire, per decidersi a registrare un disco. Così, dopo un album fuori dagli schemi come il predecessore Paesaggio dopo la battaglia, basta ricordarsi che il primo estratto Chitarra nera durava 6 minuti ed era in parte parlato, mi sono detto che forse la cosa più sperimentale da fare fosse quella di misurarmi con la forma canzone classica. E ho capito che pure in questa dimensione dentro me c’è sempre qualcosa di sbagliato, di maldestro, che finisce col rovinare quel che scrivo. Da qui l’idea di chiamare questo mio genere ‘pop impopolare’".

Una ’impopolarità’ fermata in dieci canzoni.

"Le canzoni sono meccanismi sintetici e pure questo disco è frutto di una sintesi estrema. Ci ho lavorato sopra tre anni, ritrovandomi alla fine materiale non per uno, ma per tre album. Tant’è che a un certo punto avevo pensato addirittura di pubblicare un doppio. Poi ho selezionato al massimo, dando vita ad un vero e proprio ‘best of’ del materiale che avevo nel cassetto. Tutto quel che è esondato dal disco l’ho messo in un prontuario, ovviamente intitolato Manuale di pop impopolare. Storie di vita fermate su carta o memoria elettronica in alta montagna come in un seminterrato a Milano, in Marocco come alle Canarie o nell’inverno di Ferrara".

Quali sono i viaggi che l’hanno portata più lontano?

"Quelli che Luigi Ghirri faceva con Gianni Celati e chiamava ‘viaggi domenicali minimi’, giri epici nel ferrarese che ho provato a rifare in sella al mio motorino scoprendomi a valorizzare posti da cui prima volevo solo scappare. Altra esperienza, un lungo viaggio in India, perché ti sembra di vivere in un altro pianeta, affascinante nelle sue contraddizioni. Come diceva Terzani ‘se in Occidente Dio è morto, in India ha mille indirizzi’".