ALESSANDRO CAPORALETTI
Editoriale
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Clima pazzo: Houston, abbiamo un problema

Tra Fermano e Maceratese in mezz’ora il cielo si contorce in un verminaio di nuvoloni e rovescia giù grandine a pallettoni, e alla vigilia dell’estate le strade di Porto Sant’Elpidio sembrano cartoline di ghiaccio dal Perito Moreno. In compenso l’Ascolano come un assetato nella traversata del deserto è alle prese con la crisi idrica (cronica) perché non piove, e gli occhialoni del lago di Pilato sotto la parete di guglie e stagnola stropicciata del Pizzo del Diavolo sui Sibillini sono ridotti a poco più di due pozzanghere. Succede nel giorno in cui Italia Nostra lancia l’ennesimo allarme per il mosciolo di Portonovo, che rischia di sparire dall’Adriatico (e anche dalle tavole dei ristoranti, però) anche perché l’acqua è troppo calda, mentre la Regione Marche si prepara a modificare la legge che regola la raccolta del tartufo, che da qualche tempo matura più tardi. Houston, forse abbiamo un problema e se dico cambiamento climatico non parliamo più di massimi sistemi lassù nelle cerchie celesti di cherubini e serafini, ma del diavolo di baraonda che ci sta capitando intorno quaggiù sulla terra. Sarà anche per questo che gli italiani alle urne hanno resuscitato i Verdi dall’incantesimo dello zero virgola o poco più in un Paese nel quale la sensibilità (non l’ideologia) ecologica s’era persa per strada, sotto i tacchi o nella busta della spesa. Ah, dimenticavo: nei campi del Cesenate le cavallette stanno calando come orde di barbari voraci e ubriaconi (Attila, scansati) mentre nell’Appennino tra Emilia e Toscana si organizzano corsi di sopravvivenza nei boschi per emergenze di ogni tipo. Chissà, potremmo iscriverci.