VALERIO BARONCINI
Editoriale
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Il turismo e la fragilità del territorio

A Civitanova Alta, fra mattoni pieni di storia e squarci verticali sul mare, mi hanno raccontato dell’ultima tendenza: investitori o imprenditori stranieri che si spostano nelle Marche e aprono strutture turistiche per connazionali. Tedeschi, francesi, olandesi. L’Emilia-Romagna invece si conferma al top nel mondo e pure il National Geographic la inserisce fra le trenta mete più cool, dunque alla moda, del pianeta. D’altronde il connubio fra cibo e mobilità lenta è un’assicurazione sulla vita, tanto lungo la via Emilia quanto nei borghi marchigiani. Fa ancora più male, dunque, pensare che due aree così straordinariamente belle, così razionalmente pronte per il futuro (dal Tour de France ai flussi turistici, anche senza le storture delle grandi città e l’ossessione delle locazioni brevi) siano anche estremamente fragili e non ancora del tutto pronte a combattere il dissesto e le mutazioni climatiche. Entrambe le Regioni hanno avviato, dopo le alluvioni che le hanno colpite, un ampio ventaglio di cantieri e lavori. Ma quello che manca è un piano nazionale che armonizzi gli interventi e ottimizzi una quantità di sforzi che già il Governo ha messo in campo. Sulla prevenzione si poteva fare di più, si è perso molto tempo, si sono fatte tante chiacchiere in politichese.

Ma il climate change si batte prima con argini, casse di espansione e fortificazioni, che con proclami inutili.

L’ultimo strappo del commissario Figliuolo con i sindaci è un richiamo al fare, all’efficienza: l’abbiamo già scritto e lo ribadiamo, è finito il tempo delle barricate. Vale per tutte le forze in campo: andatevi a fare un giro a Pianello d’Ostra o nel borgo, a Faenza. Troverete una grande bellezza, naturale e artistica; un popolo degno; ma una stanchezza per un finale ancora da riscrivere.