La mappa del voto alle Europee 2019 in Emilia-Romagna
La mappa del voto alle Europee 2019 in Emilia-Romagna

Bologna, 15 gennaio 2020 - Nell'epoca della corsa globale alle città l'Emilia-Romagna riscopre il valore della provincia, almeno dal punto di vista elettorale. Prendete l'agenda dei due principali candidati, il governatore uscente Stefano Bonaccini e la sfidante di centrodestra Lucia Borgonzoni: da un mese non trascorre giorno senza che i loro tour elettorali non passino da sperduti paesi dell'Appennino o dai centri più o meno popolosi della Bassa.

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Per non parlare di Salvini, che a forza di girare tra i borghi si sta facendo una cultura del 'piccolo mondo' emiliano-romagnolo da far invidia a tutti. E così sarà fino all'ultimo giorno utile, al netto delle manifestazioni di chiusura della campagna elettorale che – per valore simbolico e mediatico – si terranno nei grandi centri.

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Possibile che le quasi settemila anime di Pontenure (comune piacentino della Bassa toccato ieri dal 'Capitano' leghista) possano spostare quanto, mettiamo caso, gli oltre 60mila residenti della Bolognina? La matematica direbbe di no, ma la politica e la demografia restituiscono un'altra chiave di interpretazione. E una strategia elettorale ben precisa. A parte Parma, Piacenza e Ferrara, la Lega e il centrodestra sanno di avere poche possibilità di vittoria nei grandi Comuni. Bologna, Modena, Reggio e Ravenna – salvo ribaltoni al momento impronosticabili – sono infatti in mano al centrosinistra. Ma appena si lasciano i capoluoghi di provincia e i loro hinterland, la situazione cambia, come testimonia la mappa qui riprodotta, che restituisce la fotografia del voto alle Europee 2019. E che racconta come la Lega, più ci si inoltra nella 'periferia' dell'Emilia-Romagna – cioè la montagna dove chiudono i punti nascita e la pianura che si sente assediata dalla criminalità – più vede rafforzarsi il suo ruolo di partito-egemone. La strategia leghista si muove su due binari: battere il territorio palmo a palmo puntando sul contatto umano da un lato (quando si è mai visto un leader politico nazionale, ex ministro, arrivare in carne e ossa nei paesi della provincia più dimenticata?) e, dall'altro, cercare di conquistare parte del voto di opinione radicato nelle grandi città, spostando la campagna elettorale su temi nazionali, dal processo per la Gregoretti all'economia, dai migranti alla questione sicurezza.

Bonaccini lo sa e per questo ha deciso di giocare sullo stesso terreno, sfruttando però altre armi, prima su tutte quella della sua competenza da amministratore vicino a territori anche più piccoli e ai loro problemi, elemento che è poi stato la sua cifra stilistica in tutti i cinque anni di governo della Regione. Non è detto che basti. Come non è detto che la fedeltà alla Lega dimostrata dai piccoli centri nelle ultime tornate nazionali (Politiche 2018 ed Europee 2019) venga confermata anche in un'elezione che, comunque, ha molte connotazioni locali.

E poi c'è la Romagna, vero ago della bilancia della situazione, una specie di 'swing State' come quelli che decidono le elezioni presidenziali americane: alle ultime Europee e Comunali la Lega ha sbancato ma, soprattutto nel Riminese, è ancora forte la presa grillina, che a queste latitudini potrebbe trovare un'inaspettata affermazione (il candidato Benini, tra l'altro, è di Forlì-Cesena).

Per capire come andrà a finire sarà interessante tenere d'occhio un dato in particolare, quello dell'affluenza: più alta sarà e più significherà che la strategia salviniana di mobilitazione generale avrà fatto presa su molti elettori. E che per una volta la provincia si sarà presa una bella rivincita sulle grandi città.