Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia Romagna
Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia Romagna

Bologna, 12 settembre 2021 - Pietro Ferrari, lei è presidente di Confindustria Emilia Romagna: condivide il clima di euforia che avvolge l’economia in questi mesi?
"Naturale che ci sia, passata la tempesta viene sempre il sereno, c’è voglia di ripartire dopo la crisi provocata dalla pandemia....".

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Ma...
"Se si va a fondo i problemi restano. Prima del Covid, l’economia italiana cresceva di uno 0,2 o 0,3 per cento all’anno, non è che ora va tutto bene, il debito pubblico è salito moltissimo, il Piano nazionale di ripresa e resilenza è tutto da mettere in campo e se guardo alla mia regione ci sono grandi opere bloccate, come la bretella Modena-Sassuolo o l’autostrada Cispadana...".

Insomma, i brindisi sono forzati.
"Le aziende sono ripartite e hanno molti ordini, scenario positivo. Però le spine non sono state spazzate vie: dalla burocrazia alla mancanza di manodopera qualificata, alla carenza di materie prime".

Fotografi la situazione.
"In Emilia Romagna lo scenario è positivo, questo dimostra che il lavoro fatto prima e durante la pandemia ha portato frutti: si è innovato, creando nuovi servizi e prodotti. I risultati si vedono".

Guardi avanti.
"Sul lungo periodo qualche incognita c’è, come il tema della transizione energetica: ha tempi troppo rapidi che rischiano di colpire interi settori".

In regione le preoccupazioni sono per l’automotive: si vuole l’auto elettrica in pochi anni.
"La questione non riguarda solo i grandi marchi, che hanno forze e risorse, ma soprattutto la filiera di piccole e medie imprese che fa parte del comparto. La transizione energetica riguarda tutti e deve essere gestita con calma altrimenti diventa un pericolo".

Cosa la spaventa?
"La burocrazia, ad esempio. E’ complicatissimo varare progetti nel campo delle energie alternative, bisogna capire che non si può trasformare e rivoluzionare delle imprese in pochi anni. Affrontiamo il tema senza accelerazioni: potrebbero essere solo dannose".

Chi sta meglio?
"Sicuramente il settore manifatturiero della regione è in salute, difficoltà per tessile e abbigliamento: paga una crisi dei consumi in particolare nel commercio al dettaglio. Le vendite su internet non compensano le perdite e non sono redditizie come si pensa. Ci sono per tutti i nodi della scarsità di materie prime, frutto di speculazioni e difficoltà nei trasporti internazionali".

Gli annunci sono stati fatti, le risorse ci sono: è la volta buona per lo sblocco dei cantieri di importanti infrastutture?
"Lo spero: ne ho citate due, se ne parla da decenni, i finanzimenti sono tanti. Cosa aspettiamo? E bisogna rimettere al centro della discussione il passante autostradale di Bologna, scomparso dal dibattito in corso per le elezioni del sindaco: questa città è un punto nevralgico della viabilità nazionale, occorre una soluzione per snellire il traffico".

Un altro motore dell’economia regionale sono le fiere, il matrimonio tra Bologna e Rimini sembra rimandato. Qual è il loro futuro?
"Solo con un sistema fieristico concentrato e forte si può competere ed essere alla pari con un polo internazionale come quello di Milano. Bologna e Rimini hanno eventi importanti, riconosciuti all’estero, ritengo che dopo le amministrative si possa arrivare ad avere in regione un sistema fieristico organizzato e coordinato. E questo non può prescindere da un assetto societario comune".

L’Emilia Romagna ha quattro aeroporti, la concorrenza è forte: andrebbe armonizzato il sistema oppure spazio alla concorrenza?
"Se uno scalo ha la capacità economica per stare in piedi ben venga, ma se ogni anno il bilancio va in rosso non va bene, ancora peggio se si invocano aiuti. Tra due, tre anni capiremo chi può stare sul mercato e chi no".

La sua regione attira investimenti, molte multinazionali hanno investito qui, da colossi come la Philip Morris all’ultima arrivata Faw-Silk per le auto. E’ motivo di vanto?
"Chiediamoci perché lo fanno. Non perché trovano agevolazioni fiscali o incentivi particolari, ma perché c’è qualità nella produzione e nel personale e ci sono prodotti eccellenti. Quello che va fatto è spingere gli investimenti internazionali e allo stesso tempo lavorare sulla formazione, la carenza di manodopera qualificata è tanta".

Basta preparare i giovani?
"No, vanno anche attirati. Da altre regioni, dal Sud ad esempio. Non è solo una questione di cuneo fiscale per le imprese o di livello e specializzazione dell’istruzione, è un tema più ampio: vanno create le condizioni per richiamarli, dalla disponibilità di alloggi a prezzi sostenibili ai servizi".

Nelle aziende, secondo lei, si deve lavorare solo se si è vaccinati?
"Non ho chiesto a nessuno dei miei 300 dipendenti se è vaccinato o meno, occorre subito, prima che arrivi l’autunno, un intervento legislativo definitivo da parte del governo. Sono a favore del Green pass per lavorare, sono però contro le fughe in avanti e le imposizioni al di fuori delle normative. Ecco perché questo governo deve prendere posizione, non possiamo rischiare un altro stop alle attività".