Fano, 5 giugno 2018 - Il cibo è sempre stato legato a doppio filo al benessere del corpo: il pensiero dominante è che la prevenzione della salute parta dalla tavola. Il fatto nuovo è che attraverso l’alimentazione si possa anche controllare il malessere procurato dalla malattia e gli effetti collaterali di cure molto invasive, come la chemioterapia, aiutando i pazienti ad avere una migliore qualità della vita. E’ in questa ottica che si inquadra Il Cibo Ideale, un libro nato dall’idea di completare il lavoro di Francesca Pirozzi, in cura al reparto di Ematologia di Muraglia e scomparsa poco più che ventenne nell’agosto 2016, che dal suo letto di ospedale stava scrivendo la tesi di laurea sull’alimentazione nei pazienti in chemioterapia con l’idea di farne un libro una volta guarita.

Il volume, che sarà presentato venerdì alle 18 nella sede della Fondazione Carifano da Marco Pirozzi, papà di Francesca, e dalla sua compagna Marina Magini, medico legale dell’Area Vasta 1, raccoglie esperienze e contributi utili al malato nell’approccio quotidiano con il cibo. A questo si abbinano i consigli di esperti come il nutrizionista Giorgio Calabrese e l’oncologo Luca Imperatori dell’ospedale Marche Nord e le ricette degli chef stellati Mauro Uliassi (ristorante Uliassi, Senigallia), Massimiliano Alajmo (ristorante Le Calandre, Sarmeola di Rubano), Nadia Santini (ristorante Dal Pescatore, Canneto sull’Oglio).

«La conclusione – spiega Marina Magini – è che non esiste un “mangiare ideale”: tutto può far male e allo stesso tempo bene. Sono la qualità dei prodotti, le modalità di preparazione, la quantità di quello che mangiamo che, uniti alle nostre abitudini, possono cambiare le condizioni di vita». 

Francesca non ce l’ha fatta: si è spenta a 24 anni a causa di un Linfoma non Hodgkin, ma in sua memoria è nata la Fondazione Francesca Pirozzi onlus con lo scopo di divulgare materiali utili per chi intraprende un percorso di cura e raccogliere fondi a favore di una ricerca sull’alimentazione oncologica affidata a Vieri Fusi e Mirco Fanelli, docenti del dipartimento di Scienze biomolecolari dell’Università di Urbino.

Il papà di Francesca, Marco, mantovano di Pegognaga, dice di voler ricordare una figlia molto amata con un progetto che avrebbe inorgoglito anche lei. «Averla sempre al centro dell’attenzione e delle cose che facciamo, è come averla ancora qui – spiega –. Lei, che si voleva sempre rendere utile agli altri donando sangue e prestandosi a fare la bagnina di salvataggio, nonostante l’innata riservatezza sarebbe stata contenta di questo».