Monsignor Tonucci
Monsignor Tonucci

Fano, 21 aprile 2019 - Monsignor Giovanni Tonucci ha scritto tre libri in dialetto fanese, tutti di argomento religioso: «El Vangel cum la scrit San Marc» uscito nel 2007, «Le parâbul del Signurìn» nel 2011 e «La pasion de Gesù Crist cum è scrita ti quatre vangél» presentato proprio mercoledì scorso nella Chiesa di Santa Maria del Suffragio di fronte ad un folto pubblico.

Monsignor Tonucci come è nata questa idea di tradurre testi religiosi in dialetto fanese?

«Erano gli anni fine Novanta e mi trovavo in Kenia. Quando mi sentivo al telefono con i miei parenti fanesi mi veniva spontaneo parlare dialetto. In un afoso pomeriggio, mentre ero alla scrivania un pensiero mi sale: possibile che non si possa scrivere qualcosa di serio in dialetto? Qualcosa di diverso dalle poesie con fini folcloristici e di passatempo? Potrei tradurre i Vangeli, mi sono detto. Così la scelta è caduta sul Vangelo di Marco».

Come mai proprio il vangelo di Marco?

«Perché rispetto agli altri è un testo più narrativo, diciamo, e allora mi sono messo subito al computer. Così ho visto che un po’ alla volta il testo veniva fuori».

Qual è stata la difficoltà maggiore?

«Ovviamente è stata quella di tradurre in italiano la pronuncia dialettale che richiede dei segni particolari che in lingua non si trovano. Però andando avanti, ispirandomi al dizionario di Silvi-Simoncelli e anche al croato, poi riguardando il vangelo originale in greco, poi avvalendomi perfino della lingua corrente ispano-americana, alla fine ho superato queste difficoltà».

Qualcuno l’ha aiutata?

«Un grosso aiuto l’ho ricevuto da Carlino Bertini e in particolare da Massimo Ciavaglia che, oltre ad essere autore di commedie, è un fine purista, specie per quanto riguarda alcune espressioni in dialetto portolotto che non conoscevo, cresciuto io con il dialetto di città. Per esempio: rammendare le reti da pesca degli apostoli si traduce armachiâ. Ho perfino chiesto ad una mia zia, figlia di contadini, alcune espressioni nel dialetto di campagna».

E poi?

«Poi l’abbiamo stampato, ma l’errore è stato di farne solo 500 copie: sono scomparse in un attimo».

Un successo!

«Infatti ho proseguito con ‘Le parâbul del Signurìn’ e infine con l’ultimo».

Questo suo terzo libro, incentrato sulla Passione di Cristo esce proprio in periodo pasquale...

«È una coincidenza, che va bene. Essendo un racconto della passione sono arrivato fino alla sepoltura di Gesù, non affrontando quindi il tema della Risurrezione».

Ma c’è una ragione per voler tradurre testi religiosi in dialetto?

«Di primo acchito le risponderei dicendo che c’è stato chi ha letto il Vangelo per la prima volta grazie alla mia traduzione in dialetto. In realtà ho voluto dimostrare che il dialetto, e dunque anche quello fanese, è una vera e propria lingua che può essere usata anche per testi così seri come sono i Vangeli e non solo per opere di divertimento. La traduzione, la ricerca delle parole, dei significati ha richiesto un’estrema fedeltà, tanto che alcune diverse interpretazioni sono diventate note al testo».

Qualche caso difficile?

«Nel Vangelo di Marco c’è l’episodio del bambino che nell’orto degli Ulivi fugge via nudo. In fanese questa azione è tradotta: ‘nud brill’. Da piccolo era abituato a dire ‘dacsì’, ma mio padre amico del professor Aldo Deli, letterato di prima grandezza, mi corresse subito: si dice ‘acsì’. Questo per dire che tradurre in dialetto significa mantenere il contatto con le proprie radici, con la propria cultura, gustare la freschezza di espressioni particolarmente ricche. Quello che mi rammarica è che si parla sempre meno in dialetto e che mancano i supporti, come un dizionario italiano-dialetto e viceversa».

Progetti?

«Il desiderio è quello di continuare, proprio per dare questo esempio. Mi piacerebbe arrivare a scrivere un intero romanzo in dialetto!»