Edoardo Palazzetti
Edoardo Palazzetti

Fermo, 13 novembre 2018 - E' una faccenda complessa, la vita, difficile da contenere dentro una definizione. Non ha sempre lo stesso numero di cromosomi, non ha le stesse parole, i gesti qualche volta non sono proprio precisi. La parola disabilità in realtà è qualcosa che non convince e non basta. Noi proviamo a raccontarle, le storie delle persone con disabilità e soprattutto delle loro famiglie, mamme, papà, fratelli e sorelle che vivono con un’anima fragile e lottano, piangono, ridono, come tutti ma con un po’ più di coraggio. Cominciamo oggi un viaggio che parte dall’esperienza di Montepacini e dall’impegno di tante famiglie per dare ai ragazzi particolari una vita piena, carica di sorrisi, di lacrime, di speranze, mettendo in fila un giorno dopo l’altro. Un messaggio per chi oggi si trova a vivere la stessa esperienza, perché trovi coraggio, perché non si senta solo, di fronte alle difficoltà di tutti i giorni, alla burocrazia, alla diagnosi di invalidità. 

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Gli occhi di Edoardo Palazzetti vanno di continuo alla mamma Stellina. A lei si rivolge prima di parlare, chiede conferma, cerca il conforto di un amore immenso: «Posso parlare io, adesso?». E racconta, racconta sempre, dei suoi risultati sportivi, del babbo campione sulle macchine da corsa, della sorella che è brava a ruzzola, dei nipoti. La famiglia vive a Piane di Rapagnano, il lavoro è a Campiglione di Fermo, Edo è amico di tutti, all’asilo nido nessuno si è accordo dei suoi disagi, del ritardo cognitivo che gli hanno diagnosticato poi.

«DA PICCOLO – dice la mamma – lo riconoscevi a scuola perché spesso faceva male ai compagni, capitava che li mordesse o desse loro un pizzicotto. Era il suo modo per esprimersi, perché a parole non riusciva ma fin lì nessuno ha capito. Poi alla materna ci siamo accorti che qualcosa non andava, al centro Montessori abbiamo avuto la diagnosi che sembrava una condanna: ritardo cognitivo di media gravità, il neuro psichiatra ci disse che non avrebbe potuto fare niente, che dovevamo rassegnarci».

Mamma Stellina e babbo Andrea tutto hanno fatto meno che rassegnarsi, con loro c’erano già Federica, oggi 33 anni, e Elena, 29, poi è arrivato anche il quarto figlio, Filippo, una famiglia carica d’amore. «Abbiamo tentato ogni strada possibile, persino l’agopuntura a Firenze siamo andati a fare. Abbiamo seguito ogni consiglio medico, fatto percorsi di logopedia, di pedagogia, tutto quello che si poteva e doveva fare. L’unica cosa che non ho mai voluto fare è stata quella di dargli farmaci, antidepressivi, qualsiasi cosa che potesse rallentarlo. Noi volevamo vivere, in pieno». Oggi Edoardo è un ragazzo di 28 anni, col cuore puro di un bimbo.

Lavora nella fabbrica dei genitori, grazie ad una borsa lavoro, uno degli operai migliori, dicono i suoi superiori. Fa lo zio di Azzurra e Giulio, fa sport, è una delle colonne del Soccer Dream Montepacini e della squadra dei rifugiati nata sempre dall’esperienza della fattoria sociale. «Ci sono stati dei momenti difficili – racconta ancora Stellina – la scuola elementare è passata in fretta, grazie a insegnanti straordinarie, poi alle media abbiamo avuto la fortuna di avere un gruppo di amici affettuosi. Sul pullman che lo portava a scuola una volta è stato accerchiato da un gruppo di bulli e proprio i suoi compagni lo hanno salvato. Abbiamo avuto lacrime e pensieri, ma la sua voglia di fare ci aiutano ad andare avanti».

La sorella maggiore, Federica, si è laureata con una tesi in scienze della formazione, proprio raccontando l’esperienza dei fratelli di un ragazzo speciale: «Per noi fratelli la sua vita è la normalità, è anche la nostra vita. Lui è con noi in tante esperienze, è uno dei protagonisti dei giochi tra le contrade a Rapagnano, è amico di tutti, innamorato dei miei figli. È il collante della nostra famiglia».

Conclude Stellina: «Il nostro sogno è poter aprire la nostra esperienza anche ad altri ragazzi, offrire lavoro, costruire, per Edo e per altri, un futuro di autonomia che valga per quel ‘dopo di noi’ che fa paura a tutti genitori di ragazzi con disabilità. Il futuro arriva presto e bisogna pensarci, nessuno lo farà al posto nostro, semmai ci richiameranno, un anno dopo l’altro, per confermare una diagnosi di invalidità che purtroppo non può cambiare».