Monsignor Pennacchio (foto Zeppilli)
Monsignor Pennacchio (foto Zeppilli)

Fermo, 1 dicembre 2018 - Il 2 dicembre del 2017, una settimana dopo essere stato ordinato vescovo nella sua Matera, monsignor Rocco Pennacchio faceva il suo ingresso nell’arcidiocesi di Fermo assegnatagli da Papa Francesco. Con il sorriso, la semplicità e tanta disponibilità conquistò subito la stima e l’affetto della popolazione fermana, civitanovese e maceratese, che forma il vasto territorio in cui è stato chiamato a svolgere la sua missione. Domani ricorre il primo anniversario dell’arrivo e il legame dell’arcidiocesi con il suo Pastore è diventato ancora più stretto, ma l’intervista concessa al Carlino ci fa scoprire che anche monsignor Rocco si sente ancora di più inserito nelle bellezze e nelle problematiche di questa terra.

Monsignor Pennacchio, domani ricorre il primo anniversario del suo insediamento.

«Le date in sé dicono poco, più significative sono le ricorrenze collegate. Sono stato ordinato vescovo il 25 novembre, giorno di Cristo Re, e sono entrato in questa diocesi il 2 dicembre, prima domenica di Avvento. Ci tenni ad associare il mio ingresso all’inizio di un nuovo anno per i cristiani».

E’ stato un anno faticoso?

«Dal punto di vista fisico sì, ma è stato un anno di grande soddisfazione perché ho incontrato tante persone e ho scoperto un ambiente e un paesaggio straordinari».

Lei è giovane, la sua sarà una carriera lunga da arcivescovo. Ci pensa mai a dove potrà essere tra qualche anno?

«L’anello che porto significa che il vescovo si sposa con la Chiesa, universale e locale, quindi io con quella di Fermo. Un marito che oggi si sposa non pensa con chi lo sarà tra cinque, dieci anni. La mia prospettiva è di rimanere qui fino a 75 anni, se il Signore mi farà vivere a lungo e se vorrà così. Credo che un vescovo, se vuole accompagnare il popolo di Dio nella crescita della fede, debba restare un congruo numero di anni in una diocesi, sperando che i fedeli non si stanchino di lui».

Qual è stata la difficoltà maggiore che ha incontrato finora?

«Di... metabolismo: ho scoperto che da queste parti gli incontri si fanno dopo cena, perciò devo ancora abituarmi a questo ritmo. A parte gli scherzi, più che di difficoltà parlerei di sfide e una importante è quella di aggregare i giovani. La fatica che facciamo come Chiesa è di intercettarli, conoscere le loro domande e provare insieme a dare delle risposte».

Nel convegno diocesano di Civitanova il tema giovanile è stato affrontato, ma c’è stato chi, come don Vinicio Albanesi, sostiene che è mancata la conoscenza degli ambienti e delle problematiche che girano intorno ai ragazzi. E’ d’accordo?

«Il convegno aveva lo scopo di scuoterci verso uno stile pastorale che non deve aspettare le persone nelle nostre comunità, ma uscire incontro a loro per captare bisogni e attese di Dio anche in ambienti che finora abbiamo trascurato. Il convegno ha proposto tre testimonianze: quelle delle altre reatà religiose, delle famiglie di separati e dei giovani. Lo stimolo di don Vinicio va colto, lui ha rilevato un’impostazione di Chiesa ancora autoreferenziale, ma quello non era il luogo del dialogo con le persone. Che abbiamo iniziato subito dopo, a febbraio faremo una sintesi del confronto con gli operatori pastorali e sceglieremo i percorsi in modo che da giugno prossimo ci possiamo concentrare su alcune aree di intervento».

Le ha già individuate?

«Una sarà sicuramente quella dei giovani, affrontando anche problematiche come la questione del genere e dell’idendità sessuale, o come l’emergenza educativa affinché episodi tipo quello della rissa tra decine di ragazzini a Porto Sant’Elpidio non si ripetano. Un’altra area sarà quella delle famiglie, per ascoltare quello che le agita e offrire proposte per far riscoprire, come dice il Papa, la bellezza della famiglia. La terza area sarà la rilevanza sociale e politica della fede, il rapporto tra i cristiani e il lavoro e l’impegno sociale».

A proposito del lavoro, è una delle maggiori urgenze del fermano-maceratese.

«Lo so perché anche in curia arrivano persone che chiedono lavoro e lo so attraverso i sodalizi cattolici degli imprenditori e dei lavoratori. Ho visitato anche molte fabbriche e aziende artigianali, dove si nota, da un lato, la voglia e la tenacia di continuare a lavortare, seppure con marginalità ridotte di guadagno rispetto a prima, e dall’altro appare chiaro il ricordo di un passato florido e ricco. Quidi, non solo assenza di lavoro, ma anche riduzione di ricchezza e impoverimeno. Come Chiesa, già prima del mio arrivo, abbiamo attivato, attraverso la Caritas e il progetto Policoro iniziative per aiutare chi vuole intraprendere una impresa, inoltre destiniamo un budget annuale per gli ultra 30enni che non hanno mai lavorato o sono rimsti disoccupati. Sono piccoli segni a cui come Chiesa non ci sottraiamo».

Sta incontrando più bisogni umani o materiali?

«La crisi ha attivato anche risorse umane e spiriturali di solidarietà e di condivisione di certe difficoltà e preoccupazioni. Le mense sono sempre piene, cresce la distribuzione dei pacchi alimentari e del vestiario, ed anche se ancora non si ravvisano situazioni di disagio estremo, come Chiesa dobbiamo adoperarci per non lasciare soli coloro che sono in difficoltà».

Questa è una terra da sempre ospitale e solidale, anche se la vicenda Emanuel ha provocato diverse critiche sull’operato di don Vinicio Albanesi e della Chiesa sul fronte degli immigrati. Lei percepisce questo atteggiamento?

«Nel luglio del 2016 non c’ero. Al netto dell’enfasi informativa di allora e vedendo anche gli episodi accaduti in territori a noi vicini, come Macerata e Corridonia, verrebbe da dire che c’è un sottobosco di sensibilità intollerante verso lo straniero che di fronte a determinati episodi può riemergere in modo inaspettato. Nella nostra diocesi non so se c’è, una cosa certa è che la Chiesa ha mantenuto, da quando è iniziata l’accoglienza degli immigrati, il suo impegno in questo versante. Ma il concetto resta quello caro anche a don Vinicio, ossia se accogliamo gli immigrati senza integrarli, prima o poi ci ritroviamo in situazioni che potrebbero scatenare l’intolleranza. Stiamo collaborando anche con realtà laiche per favorire l’integrazione e sono tanti i profughi ben inseriti nel Fermano e nel Civitanovese-Maceratese».

Eccellenza, com’è il suo rapporto con la politica?

«Con il livello parlamentare è limitato, anche perché non ce ne sono molti di eletti in questa zona. Con le amministrazioni locali e i sindaci, c’è un dialogo molto forte. Essendomi formato all’Azione Cattolica, ho ben chiara la distinzione tra impegno diretto in politica e responsabilità di un vescovo. Non mi sono stati richiesti né accetterei legami al di fuori di quelli normali».

Sicuramente, sta avando rapporti politici per il terremoto. Come va la ricostruzione?

«Gli interlocutori sono principalmente i commissari straordinari. Con la politica abbiamo avuto un’interlocuzione a livello parlamentare per ottenere delle modifiche al codice degli appalti al fine di rendere più agevole la ricostruzione. In un emendamento, per i lavori fino a 600mila euro, che sono l’80% di quelli che interessano la nostra diocesi, è stato previsto l’appalto privato, mentre per gli interventi più grandi la procedura è quella delle stazioni appaltanti. Speriamo che questo contribuisca a velocizzare i lavori perché siamo ancora fermi alla messa in sicurezza. In diocesi ci sono oltre 200 edifici sacri inagibili, comuni come Gualdo, Montefortino, Monte S. Pietrangeli, Rapagnano e Torre S. Patrizio non hanno nemmeno un edifico sacro a disposizione».

Com’è la situazione del clero locale e il seminario riuscirà a sopravvivere?

«Numericamente siamo ben messi, con 170 tra sacerdoti e religiosi. Il seminario ce lo teniamo stretto, ci sono 8 seminaristi e siamo la diocesi che ne ha di più. I preti, comunque, saranno sempre di meno e andrà rivista per forza l’impostazione, ci vorrà un modello pastorale che faccia meno perno sul presbitero Andranno convinti i fedeli che non si potrà più avere un prete per ogni paese».

Eccellenza, per concludere, come trascorrerà domani il primo anniversario dell’arrivo in diocesi?

«Come una domenica qualsiasi. In mattinata sarò a Civitanova con l’Unitalsi e poi a Colbuccaro, nel pomeriggio dalle suore Benedettine e la sera a Monterubbiano. Per me, l’ordinario è il modo migliore di vivere lo straordinario».