Fermo, 20 maggio 2018 - E’ nelle mani del gip del tribunale di Fermo il destino delle indagini sulla morte di Mithun Rossetti, il 26enne studente universitario di Treia trovato impiccato in una villa di Porto Sant’Elpidio. Domani si terrà l’udienza per decidere se accettare la seconda richiesta di archiviazione della Procura o accogliere l’opposizione presentata dai legali della famiglia, gli avvocati Federico Valori e Rossano Romagnoli. Da una parte, il sostituto procuratore Piscitelli sostiene che si tratti di suicidio, dall’altra la famiglia ritiene che il ragazzo sia stato ucciso.

Gli inquirenti hanno individuato nell’alto tasso alcolemico nel sangue la causa scatenante del gesto estremo, la famiglia sostiene invece che Mithun non aveva alcun motivo per uccidersi perché era felice, stava per laurearsi e aveva raggiunto gli obbiettivi di una vita. Il pm Piscitelli è convinto che l’aver fatto outing della sua bisessualità possa aver creato dei turbamenti nello studente, la famiglia, al contrario, asserisce che questo era accaduto sette mesi prima e che la notizia era stata accolta con serenità. I legali della famiglia nel frattempo hanno raccolto dati che quanto meno farebbero pensare che Mithun quel giorno non fosse solo. Con una consulenza tecnica la famiglia ha provato che il telefono del ragazzo è stato sicuramente manomesso da qualcuno dopo il 14 agosto del 2016, quando Mithun era già morto da più di una settimana. Il cellulare è stato ritrovato sul bordo della strada ad un mese di distanza dal decesso, insieme al portafogli e al tabacco che utilizzava per fare le sue sigarette.

Tutto il materiale era perfettamente conservato, ma nei giorni precedenti, come conferma il sito dell’Aeronautica militare, c’erano stati violenti acquazzoni. Pertanto, secondo la famiglia, se quegli oggetti fossero stati sempre all’aperto, avrebbero dovuto avere i segni delle intemperie. La cancellazione dei messaggi in epoca successiva al 14 agosto 2016, dimostrerebbe che il cellulare, il portafogli e il tabacco furono riposti, in epoca anch’essa successiva a quella data, da una persona, secondo la famiglia, implicata con i tragici fatti. I parenti poi ritengono contraddittorie le testimonianze dell’anziano che per ultimo ha visto Mithun vivo. Quell’uomo dice che il ragazzo si sarebbe spogliato e avrebbe percorso la strada seminudo, ma nessun altro l’ha notato. Sempre quell’uomo, dopo aver cambiato la prima versione dei fatti fornita agli inquirenti, avrebbe affermato che il ragazzo era scalzo ma sui suoi piedi, durante l’autopsia, non sono stati riscontrati i segni di un eventuale camminamento a piedi nudi.