Ferrara, 29 gennaio 2017 - «Al di là delle singole responsabilità penali, di per sé gravi, va posto in luce che l’aver organizzato un aumento di capitale di 150 milioni di euro, fatto sottoscrivere a clienti piccoli o piccolissimi, poi interamente bruciato per operazioni scellerate, è atto criminale dalle conseguenze su tutta la popolazione, ingannata e derubata con un danno sociale elevatissimo».

Sono parole pesanti come macigni quelle pronunciate ieri dal procuratore generale Ignazio De Francisci durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Bologna. Parole che mettono una sorta di pietra tombale sulle speranze di chi aveva ipotizzato una possibile archiviazione dell’inchiesta avviata dalla Procura di Ferrara su Carife, magari sulla scia di quanto successo con Banca Etruria. La proroga di sei mesi delle indagini e questa dura e inequivocabile presa di posizione fanno ipotizzare invece altri scenari e gettano una luce oscura sul quella operazione, avviata nell’estate 2011 con l’obiettivo dichiarato di «salvare Carife» e per la quale - lo ricordiamo - sono ipotizzati capi d’accusa che vanno dalla bancarotta alle false comunicazioni alla vigilanza, dai falsi in prospetto all’aggiotaggio a carico di 17 ex vertici e amministratori della Cassa dell’epoca. Eccezion fatta per i risparmiatori, giustamente arrabbiati, mai s’erano udite parole così nette e dure.