Ferrara, la piena del Po (Foto Businesspress)
Ferrara, la piena del Po (Foto Businesspress)

Ferrara, 6 novembre 2018 - Sandro Bortolotto è un veneto che conosce gli argini del Po come le sue tasche. Una vita in Aipo. La pensione nel febbraio scorso. L’amore per fiume e territorio quel che non lo abbandona mai.

Non dobbiamo temere le piene?

«Facciamo parlare i dati. Polesine e Ferrarese, negli anni, hanno saputo realizzare un sistema di protezione forse unico in Italia».

Un dato?

«Dal 1951 al 1966 il territorio ha conosciuto e subìto 50 eventi alluvionali e 50 rotture di argini».

Nel periodo successivo?

«Dal 1966 ad oggi nessuno».

A cosa lo si deve?

«Alla costruzione di una rete di difesa che ha permesso di fare fronte alle situazioni più critiche. E non poteva che essere così dopo la tragedia del novembre 1951. Nel Polesine vivevano 100mila persone. Dopo il disastro erano meno di 50mila tra decessi e abbandoni del territorio».

A chi dobbiamo tutto questo?

«Ai veneziani, prima di tutto: dal 1600 al 1604 realizzarono opere cruciali al Po di Pila. Quattro grossi interventi in tutto. Uno dei veneziani e tre di Aipo, negli ultimi secoli».

Quindi possiamo dormire sonni tranquilli?

«Faccio parlare i dati. Oggi il problema è rappresentato dalle nutrie. Possono scavare gallerie negli argini lunghe anche venti metri».

Che fare?

«Serve un piano di bacino. Occorre pensare ad azioni complessive, di sistema. Altrimenti il problema resta. E costa».

Quanto?

«In questi territori il problema nutrie costa il 5%, in media, del budget per la manutenzione degli argini. E non c’è solo il problema delle nutrie».

Altre insidie?

«Le volpi, che spesso trovano rifugio nelle tane delle nutrie. La nutria per scappare torna verso l’acqua. La volpe scava verso l’esterno dell’asta fluviale. Voi capite come il rischio di gallerie dentro agli argini sia molto alto».

Cosa fare?

«Lo sfalcio degli argini è fondamentale. Le nutrie fanno tana dove si sentono più protette. Ecco che la pulizia degli argini diventa fondamentale per disincentivare il loro insediamento».

Durante queste piene si sono riaperti i fontanazzi.

«Sono fenomeni naturali, che di solito si innescano nelle zone sotto al livello del mare. Li conosciamo tutti. E anche qui è decisivo intercettare le fuoriuscite il prima possibile».