di Cristina Rufini FERRARA Percosse, minacce, abuso di sistemi correttivi, tentata violenza privata e istigazione al danneggiamento. Sono le accuse che il pubblico ministero Isabella Cavallari ha rivolto a due agenti della polizia penitenziaria del carcere di via Arginone. Fatti vecchi, che risalgono al 2014, 2016 e 2017 che compongono il corposo capo d’imputazione da...

di Cristina Rufini

FERRARA

Percosse, minacce, abuso di sistemi correttivi, tentata violenza privata e istigazione al danneggiamento. Sono le accuse che il pubblico ministero Isabella Cavallari ha rivolto a due agenti della polizia penitenziaria del carcere di via Arginone. Fatti vecchi, che risalgono al 2014, 2016 e 2017 che compongono il corposo capo d’imputazione da ieri mattina all’esame del giudice dell’udienza preliminare Carlo Negri, che avrebbe dovuto decidere se mandare a processo i due imputati oppure no. Ma il loro legale, l’avvocato Denis Lovison, ha chiesto i termini a difesa, a seguito dell’ampliamento del capo di imputazione da parte del pm Cavallari.

In sostanza i due agenti, attualmente non più in servizio nella casa circondariale ferrarese, sono accusati di aver picchiato e minacciato due detenuti per farsi raccontare fatti su altri reclusi del carcere. Non riuscendoci, sarebbero passati alle ’maniere’ forti, concretizzatesi in percosse, secondo l’accusa. Non esisterebbero certificati medici che attestino le botte ricevute per confessare, ma ci sono le testimonianze di altri detenuti, che non sarebbero stati percossi dai due agenti ma istigati alla violenza in carcere, cioè a commettere danneggiamenti. Una vicenda, in realtà, abbastanza complessa che comprende anche il reato di tentata violenza privata da parte degli agenti nei confronti dei due detenuti, cioè in sostanza avrebbero limitato la libertà degli stessi: il tutto per indurli a parlare. Obbligarli a raccontare loro episodi e accadimenti che riguardavano altri detenuti, gli stessi che poi, con il loro comportamento aggressivo avrebbero fatto sì che si concretizzasse il reato di istigazione. In ultima analisi, il comportamento degli agenti sarebbe stato tale da far ’arrabbiare’ i detenuti che hanno confermato le percosse ai due carcerati che sono le parti lese nel procedimento penale.