Ferrara, 2 febbraio  2017 - Due letti. Su quello di Manuel Sartori un piumone fucsia. Sull’altro, dove dorme il fratello disabile, la trapunta grigia. La stanza dell’assassino reo confesso dei coniugi di Pontelangorino (Ferrara) – Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni – ruota attorno alla televisione. Una tivù con il tubo catodico e sotto l’Xbox. Rudi Sartori – il padre di Manuel – ci accompagna nella camera del 17enne indagato per il duplice omicidio dei genitori del suo amico Vincio, Riccardo Vincelli: figlio della coppia trucidata e accusato di essere il mandante del massacro. «Questo è il male», dice Rudi. Il male in formato giochi per la consolle. Dal cassetto Sartori estrae i giochi. «Tutta roba di guerra – spiega –, tutti giochi dove il fine è uccidere». Le poche cose che parlano del ragazzo sono in quel cassetto o appese ai muri. Oppure nell’armadio dove, l’anta, si apre sullo specchio nel quale Manuel ha sistemato per l’ultima volta il ciuffo. Se si alza la testa si incrocia lo sguardo di un capo indiano. La fila di acchiappasogni pellerossa è un dono dello zio. E poi i vestiti, impilati dalla madre uno sull’altro come se il il figlio dovesse, la mattina dopo, scegliere la maglietta per andare a scuola.

Rudi Sartori, il padre di Manuel, estrae i giochi della Xbox da un cassetto nella cameretta del figlio.

Cosa sono?

«Cose brutte. Sono i giochi del videogame di Manuel».

Brutte?

«Tutte cose violente. Tutti giochi dove il fine è uccidere. Uccidere il numero più alto di persone».

È questa la stanza dove Manuel e Riccardo si sono fermati dopo il massacro?

«Sì. Sul letto si stendeva mio figlio. Sulla sedia Riccardo».

Due joystick, un videogame. Ma quando quella mattina ha visto suo figlio cosa ha incrociato nei suoi occhi?

«Erano le cinque e mezza. Hanno bussato alla finestra e sono entrati. Mio figlio era bianco. Ho pensato fosse stato il freddo. Qui a Caprile, in quei giorni, la temperatura di notte scendeva sotto zero».

Quali sono gli oggetti cari a suo figlio in questa camera?

«La Xbox, la berretta dell’Inter, lo specchio e gli acchiappasogni indiani regalati da suo zio».

Lo specchio appeso all’anta interna dell’armadio. Lo specchio che ha visto Manuel sistemare il ciuffo forse per l’ultima volta. Suo figlio si sta rendendo conto?

«Mio figlio è stato condizionato. E non è vero avesse bisogno di soldi. Ogni volta che doveva uscire aveva sempre i suoi 10 o 20 euro».

E allora perché?

«Noi pensiamo sia stato minacciato. Condizionato, appunto».

Una camera dovrebbe raccontare sogni. Cosa avrebbe voluto fare Manuel da grande?

«Il cuoco, nel ristorante di mio fratello a Codigoro».

Rudi smonta la consolle e sistema i giochi nel cassettone. Crede che questi giochi abbiano condizionato suo figlio?

«Non lo so. So che sono brutti e gli occhi dei ragazzi, durante le sfide, sono incollati allo schermo».

Un pugno di luce nel buio delle nottate. E adesso?

«Mi pare impossibile. Quel Riccardo è cresciuto in casa nostra. Lo abbiamo visto crescere. E un sacco di volte siamo stati a cena da Nunzia e Salvatore, alla Greppia».

Adesso?

«Siamo chiusi qui, in casa nostra».