Ferrara, 17 gennaio 2017 – Tre colpi sulla testa con la parte retrostante dell’ascia, almeno due sulla faccia oltre a una pedata. Una furia inaudita contro Salvatore Vincelli e la moglie Nunzia Di Gianni che di colpi, sulla parte alta del cranio sferrati con lo stesso arnese usato per spaccare la legna, ne aveva sei, oltre a una serie di ematomi più piccoli. Una mattanza messa in atto da Manuel Sartori, 17 anni appena, e mentre lui librava nell’aria l’arma, l’amico Riccardo, un anno in meno e figlio della coppia, attendeva in silenzio in un’altra stanza. Eccolo il primo responso choc dell’autopsia cominciata nel polo ospedaliero di Cona, alle porte di Ferrara, che ha messo nero su bianco la cruda verità di quella maledetta alba del 10 gennaio vissuta nella villetta di Pontelangorino. «Manuel non è un criminale – spiega l’avvocato Lorenzo Alberti Mangaroni Brancuti – e, ribadisco, il carcere non è la soluzione per recuperarlo. Continua a piangere, è pentito, sa l’orrore che ha commesso e pagherà. Ma ha una famiglia che continua a dimostrare di volergli stare vicino e continuerò a insistere perché possa essere trasferito in una comunità protetta».

Pochi minuti sono bastati agli amici diabolici per cancellare la vita di Nunzia e Salvatore e buttare via per sempre la loro giovane esistenza. Manuel è entrato in azione attorno alle 4.15 della notte tra lunedì e martedì scorso. Da casa, come previsto da Riccardo, si era portato l’intero kit dell’orrore: un’ascia, due corde, sacchetti di nylon nero, scotch, guanti e i vestiti per cambiarsi a strage compiuta. «L’ho fatto per Riccardo – continua a ripetere dalla cella del Pratello –, mi ha dato dei soldi ma per lui avrei fatto qualsiasi cosa. Non dovevano scoprirci». Manuel il braccio, Riccardo la mente che non ne poteva più dei suoi genitori e di quella madre che continuava a rimproverarlo. Sartori si è scagliato per primo su Salvatore Vincelli, il più vicino alla porta. L’uomo l’ha sentito entrare, ha cercato di inforcare gli occhiali da vista – trovati a terra dai carabinieri – ma è stato inutile. Manuel l’ha colpito una, due, tre volte con l’ascia sulla scatola cranica, ma non con la lama, l’unica parte dell’arnese non sporca di sangue. Segni del corpo contundente sono stati rinvenuti anche sulla zona frontale del faccia dove è stato cristallizzato anche un evidentissimo segno di scarpa. Tra le prove che hanno incastrato il ragazzo, c’è anche quel numero 41 delle Adidas che Manuel indossava tutti i giorni fotografato dai carabinieri sulle lenzuola della coppia, sul pavimento della stanza, nel corridoio. «Il ragazzo – spiegava nei giorni scorsi un inquirente – è saltato sul letto e ha cominciato a colpire con una violenza difficile da concepire».

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Poi è stato il turno di Nunzia la quale, svegliata di soprassalto dal rumore, ha visto il volto indemoniato di quel ragazzino, il migliore amico del figlio più volte ospitato nella loro villetta. Ha chiesto aiuto, Nunzia. Ha gridato il nome di «Riccardo», inconsapevole che dietro a quel male c’era il suo secondogenito. Sei i colpi di ascia sulla testa della donna, sferrati – da quanto emergerebbe – con meno violenza rispetto al marito. Ancora da accertare la causa del decesso, non è nemmeno escluso che gli ultimi respiri possano essere stati esalati nei sacchi di nylon sigillati da Manuel con lo scotch.