I numeri a confronto
I numeri a confronto

Ferrara, 3 aprile 2020 - "Quei maceri della canapa, spargono su Ferrara una libidinosa follia". L’affermazione di Giorgio De Chirico non aveva pretese di scientificità, ma dal 1945 ha stabilito un’aura mitica sulla presunta correlazione tra le lavorazioni nelle paludi e una pazzia più diffusa che altrove. Ma in epoca di Coronavirus, tiene banco un altro quesito: se ci sia una sorta di ‘immunità’, genetica o per altri motivi, che preserverebbe i ferraresi dal contagio, più degli altri corregionali.

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Il postulato di Sergio Venturi, commissario ad acta per l’emergenza Covid, che ha suggerito di "indagare se ci sono motivi specifici" di questa sorta di scudo etnico-geografico, ha acceso il dibattito, anche se al momento clinici e ricercatori preferiscono misurarsi con la concretezza, comunque drammatica, dei numeri, e con il rispetto tassativo dei provvedimenti di salvaguardia. "Il messaggio di Venturi è molto pericoloso, quello che funziona è soltanto l’isolamento", il giudizio tranciante di Alessandro Bucci, docente di Ingegneria all’Università di Ferrara.

Ma che ne saprà un ingegnere di genetica, vien da dire a chi, messo in pista dalla suggestione del commissario, ha subito pensato a una correlazione tra la diffusione – antica – della malaria, e all’incidenza forte della talassemia: malattie un tempo terribili, ma che in qualche modo avrebbero innervato nel Dna dei ferraresi una sorta di anticorpi naturali.

Una tesi in qualche modo ipnotica, ma che non trova pieno conforto neppure in chi, come lo pneumologo e docente Marco Contoli, invita piuttosto a considerare altri fattori: tra questi, il microclima tipico del Ferrarese (e del Polesine), con una forte presenza di nebbia e umidità stagnante, che in qualche modo avrebbe impedito al Covid di attecchire massicciamente.

A ricercare comunque correlazioni con le patologie, più che alla malaria occorrebbe semmai guardare alla tubercolosi. L’alta endemia del ‘mal sottile’, costata la vita non solo alla Violetta verdiana, ma a migliaia di abitanti del Delta, per Contoli "potrebbe essere un elemento concorrente a determinare questa presunta resistenza". Che fortuna dunque esser figli e pronipoti di malati, vivere in un’area bombardata dallo smog, raggrumata dall’afa e flagellata da zanzare killer, sorride il popolo di Facebook (che a Venturi suggerisce di indagare anche i rapporti con quantità siderali di ‘salama da sugo’, innaffiata dal rugginoso vino Clintòn).

Tornando seri, è il rettore dell’ateneo estense, Giorgio Zauli, a riportare il dibattito sul tema della concretezza: la spiegazione di un’incidenza meno elevata che altrove deriva "da un’estensione molto ampia del territorio e da una più bassa densità della popolazione". I ferraresi, dunque, sarebbero distanti dai propri consimili per tradizione, e solo questo fattore – diventato ora una prassi che per lo stesso Zauli è essenziale – adesso contribuisce a rendere un po’ meno cruda una realtà comunque brutale.

E in ogni caso, il messaggio che il Rettore invia a Venturi, semmai si dovessero studiare le matrici di una resistenza naturale, non ci sarebbe bisogno di una ’task force’: l’Università ha da tempo stanziato 100mila euro per uno studio scientifico sulla malaria.

Ma il ‘caso Ferrara’ valica i confini, e approda addirittura sulle pagine del Jornal do Brasil, che dedica un articolo a questa terra di immunità non di gregge ma di massa: peccato che la foto a corredo dell’articolo sia quella di Taormina, con la gente assembrata per negozi. In ogni caso, a voler studiare l’instudiabile, nel Ferrarese c’è un Comune (Masi Torello), ancora a quota zero contagi. Ma qui, più che le ricerche scientifiche, scattano gli scongiuri.