Dal Passatore a Igor, truci e inafferrabili briganti di palude
Dal Passatore a Igor, truci e inafferrabili briganti di palude

Ferrara, 14 aprile 2017 - Imprendibile come Falcone, infingardo più di Lazzarino, infame al pari dell’Umètt. Efferato come Stefano Pelloni, per tutti il Passatore, cortese solo nella leggenda. Con i briganti mitici dell’Ottocento, Igor il Russo (o quel che è), condivide la striscia di sangue e la lingua di terra che solca antiche paludi, che s’intreccia con capezzagne e canali, che il lucore della nebbia rende inestricabile quanto il buio della notte.

«Da giorni, penso automaticamente alle similitudini con quanto ho scritto di vent’anni fa»: Agide Vandini, appassionato di storia locale e del mondo popolare, nel 1996 ha dedicato un libro, oggi profetico, ai Briganti di Palude. E la palude in cui si muovono i suoi personaggi infami e crudeli, è la stessa in cui sembra dissolto Igor-Norberto: «Quella zona, da sempre, era facile rifugio per i malandrini: era anche terra di contrabbando, specie di armi, che da Magnavacca (l’antica Comacchio, ndr) portavano al Bolognese. Bastava conoscerlo, quell’ambiente, per sparire pur se accerchiati: le valli erano più vaste, ma anche adesso il territorio è pieno di rifugi naturali, le abitazioni sono sparse, l’orizzonte è mutevole». Quelle di Vandini non sono suggestioni paesaggistiche, bensì cronache di sangue: la truce vicenda di Igor rimanda la memoria «all’assalto della banda Pelloni a Consandolo, nel gennaio 1851; c’era senz’altro anche il Passatore, in quell’agguato compiuto in un’osteria, dove venne ucciso prima un uomo, e poi ammazzato l’incolpevole medico del paese».

Le coincidenze sono folgoranti, e poco importa che ora a dare la caccia al killer di Budrio ci siano reparti speciali e tecnologie sofisticate: «Il mondo è cambiato, ma l’istinto di chi fugge ha un che d’imponderabile; in quella stessa zona, banditi risoluti e apparentemente isolati tenevano sotto scacco squadroni dell’esercito Pontificio. In un altro contesto, durante la Seconda guerra mondiale, tanti partigiani sono sfuggiti ai battaglioni tedeschi, confondendosi nella natura». Una sorta di Far West padano, dunque, popolato di manigoldi armati di coltellacci e fucili a trombone. Andavano e venivano, Guerrino da Solarolo e Ravasin, il truce Sordo e il bieco Mattiazzo il ‘Matto’: Vandini ne riporta le gesta, ma non li mitizza come non fa oggi con l’assassino venuto dall’Est. «Erano senza pietà, approfittavano della conoscenza perfetta di quei luoghi per compiere i loro misfatti – conclude Vandini –; sapevano muoversi tra i canneti, celarsi negli anfratti, erano alleati del freddo e della solitudine». E incuranti della morte. Perché di loro lo storico di Filo d’Alfonsine racconta la fine quasi sempre brutale. Accoppati da un tiro di schioppo, impiccati sulla pubblica strada, illividiti dalle malattie. «Chissà che ne sarà del ‘Russo’...», saluta Vandini. Ma questa è cronaca, anzi storia, per un altro libro.