Federico Varese * Il gruppo criminale che operava in città, i Vikings, è organizzato in maniera piramidale, con ruoli ben definiti, riti di iniziazione, regole, una cassa comune, punizioni per chi sgarra, insegne distintive (il rosso) per gli affiliati ed è parte di un gruppo transnazionale basato in Nigeria. Nelle intercettazioni citate nell’ordinanza di custodia cautelare emergono anche diversi casi che mostrano come il vincolo associativo serve ad intimidire chi sta fuori dal gruppo. Vi è un terzo aspetto: le lotte con gruppi rivali per il controllo del territorio. Proprio da queste lotte nacque l’episodio del tentato omicidio (con machete) di un membro del gruppo in guerra con i Vikings, gli Eiye. Dall’indagine emergono altri aspetti inquietanti. I Vikings erano in grado di rifornirsi di sostanze stupefacenti in Europa, in Belgio, ad Amsterdam e a Parigi. In questo caso...

Federico

Varese *

Il gruppo criminale che operava in città, i Vikings, è organizzato in maniera piramidale, con ruoli ben definiti, riti di iniziazione, regole, una cassa comune, punizioni per chi sgarra, insegne distintive (il rosso) per gli affiliati ed è parte di un gruppo transnazionale basato in Nigeria. Nelle intercettazioni citate nell’ordinanza di custodia cautelare emergono anche diversi casi che mostrano come il vincolo associativo serve ad intimidire chi sta fuori dal gruppo. Vi è un terzo aspetto: le lotte con gruppi rivali per il controllo del territorio. Proprio da queste lotte nacque l’episodio del tentato omicidio (con machete) di un membro del gruppo in guerra con i Vikings, gli Eiye.

Dall’indagine emergono altri aspetti inquietanti. I Vikings erano in grado di rifornirsi di sostanze stupefacenti in Europa, in Belgio, ad Amsterdam e a Parigi. In questo caso non ci sono gruppi italiani che fanno da intermediari. Dalle carte emerge la figura un po’ misteriosa di un pastore protestante ghanese, residente in Belgio, che tiene i contatti con i grandi trafficanti. Lì vanno regolarmente le affiliate del gruppo, le quali fanno il lavoro più pericoloso: ingoiano gli ovuli e li trasportano a Ferrara, dove poi vengono recuperati e venduti. Emerge anche come il gruppo spacciasse non solo cannabis, ma ingenti quantità di cocaina e eroina. Alcuni nomi di clienti italiani ricorrono spesso nelle carte: suppongo che questi a loro volta spacciassero in altre zone della provincia.

Chi legge le carte senza pregiudizi ideologici vedrà come vi siano decine di vittime nigeriane, oneste e parte attiva delle comunità, costrette a subire le vessazioni del gruppo: ad esempio, una donna che vende merce ai connazionali viene ripetutamente malmenata perché si rifiuta di pagare il pizzo. Altri connazionali sono costretti ad entrare nell’organizzazione: se rifiutano, i parenti in Nigeria vengono rintracciati e picchiati a sangue. Per quanto l’indagine si concentri sul traffico di droga, i Vikings sono molto attivi anche nello sfruttamento della prostituzione: giovani donne vengono trafficate e costrette a vendersi sulle strade italiane. Dalle carte non emerge alcun contatto con esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Questo dettaglio rende il caso dei nigeriani molto diverso da quelli di Cosa Nostra e `Ndrangheta. Il gruppo rimane per lo più confinato entro i mercati illegali, senza lambire, ad esempio, gli appalti.

Vi sono alcune domande cui l’indagine non da risposta. La prima è: Perché proprio a Ferrara si è installato Emmanuel Okenwa, che viene accusato di dirigere le cellule in Veneto e in altre città emiliane? È stato un caso oppure vi erano ragioni strutturali, come ad esempio una domanda di droga particolarmente alta oppure uno scarso presidio del territorio, che facevano di Ferrara un terreno fertile? Grazie al lavoro delle forze dell’ordine i vertici del gruppo sono in galera (o ci saranno presto), ma dobbiamo chiederci se qualcuno prenderà il loro posto nel medio periodo.

Signal dovrebbe anche essere l’occasione per un dibattito collettivo in città. Cosa fare adesso? Innanzi tutto, la libera stampa deve continuare a raccontare, ad usare la parola per svelare le trame criminali, senza timore di dispiacere ai potenti di turno (oggi diversi da quelli del 2018). I cronisti ferraresi, tutti insieme, hanno scritto pagine importanti di un reportage collettivo su un fenomeno che oggi viene riconosciuto come molto grave da un’indagine di respiro internazionale. Sarebbe bello se un giorno questa opera collettiva ricevesse il Premio Estense. La politica dovrebbe smettere di fare polemica spicciola, di usare il dramma di decine di vittime per guadagnare ‘mi piace’ sul web. Dovrebbe invece chiedersi cosa possiamo fare perché questo non si ripeta.

Il presidio democratico del territorio, la cultura diffusa, l’aiuto concreto ai tossicodipendenti, la costruzione di ponti solidi con tutte le comunità: questo è il compito delle istituzioni. La comunità nigeriana deve fare la sua parte, esattamente come hanno fatto i siciliani e i calabresi onesti in prima linea contro le rispettive mafie. E poi ci sono le ferraresi e i ferraresi. Non dobbiamo cedere alla propaganda che ci vuole dividere, al razzismo o al qualunquismo. Come ebbe a scrivere Albert Camus, “Nel bel mezzo dell’inverno, ho imparato che vi era in me un’invincibile estate.”

* Professor of Criminology, University of Oxford