Mattia Fazzini
Mattia Fazzini

Ferrara, 1 dicembre 2019 -  «Genio? Che parola impegnativa. Diciamo che me la cavo, forse sono anche bravino». Mattia Fazzini scherza dell’etichetta appicicatagli da Facebook, che nei giorni scorsi, a Londra, ha premiato il ferrarese, assieme ad altri 23 giovani di tutto il mondo, come talenti straordinari nel campo dell’informatica.
Genio o non genio, la tua carriera assomiglia allo sprint di un razzo spaziale. Qualcosa vuol dire.
«Che ho avuto buoni studi, e tanta passione. Devo ringraziare il liceo Roiti, dove ho capito quale sarebbe stata la mia strada. Sono appassionato di tecnologia fin da bambino, alle superiori l’interesse è diventato vocazione vera. Ho iniziato a scrivere le prime linee di codice, capendo che quel linguaggio mi poteva spalancare le porte della ricerca».
Adesso studi e insegni la natura profonda dell’informatica, che è cosa diversa dal semplice uso della tecnologia.
«Viviamo immersi nel mondo dei computer, degli smartphone. Ma quanti ne cononoscono il vero linguaggio? Quanti sanno che il ‘coding’, la programmazione, sono altrettanto importanti delle lingue straniere, possono avere un impatto maggiore e, addirittura, aiutano a pensare in un modo che agevola altre attività della vita».
Ci fai un esempio?
«Conoscere l’informatica mi ha insegnato a organizzare utilmente i pensieri. Ad esempio, non dimentico mai quando devo pagare una bolletta».
Un passo straordinario per l’umanità. Ma non ti senti, in qualche modo, un ‘nerd’, il classico smanettone chiuso nel proprio mondo?
«Mia moglie qualche volta mi vede un po’ così, quando con amici e colleghi ci immergiamo nei discorsi tecnici. Al di là della battuta, sono concentrato sui miei studi, e sul desiderio di trasmetterli ai giovani. Perché comprendano che l’informatica rappresenta una chiave importante per lo sviluppo della società».
Spesso però l’utilizzo esasperato o distorto viene considerato uno dei mali del nostro tempo.
«Non c’è dubbio che esistano rischi. Penso alla sicurezza informatica, uno dei campi cruciali. Ma anche per questo è utile che i giovani studino l’informatica: più se ne conosce la struttura e la forma, più si cresce nella conoscenza e nella consapevolezza. E si conmprende quanto l’informatica sia utile: guardiamo gli aerei, ormai il software è addirittura più importante dell’hardware».
Qual è il tuo settore specifico di ricerca e insegnamento?
«Lo studio di tecniche e algoritmi per migliorare la qualità del software, soprattutto per trovare e risolvere problemi nel codice delle ‘app’. Diciamo che mio occupo dell’utilità, dell’importanza e persino della poesia degli algoritmi».
Che messaggio hai lanciato agli studenti del Roiti, con cui ti sei ritrovato?
«Ho detto loro che assieme all’educazione civica, la scuola italiana dovrebbe promuovere, fin dalle elementari, l’educazione informatica».
Non c’è il pericolo di crescere, però, generazioni di alieni?
«No, perché non è detto che tutti debbano lavorare nel campo della tecnologia. Persino io sono una persona... normale: quando mi stacco dal computer, mi dedico a mia moglie e mia figlia. Amo lo sport, a iniziare dal nuoto che ho praticato per anni».
Torniamo al premio di Facebook. Su 23 ‘geni’, ben dieci sono italiani. Cosa significa?
«Che pur sottovalutata, la qualità del sistema educativo italiano è eccellente. Le nostre scuole, dalle elementari alle superiori, non hanno nulla da invidiare ai Paesi ritenuti più avanzati. Partiamo dunque con una base molto buona, l’importante è non considerare l’Università una tappa quasi obbligata, senza capire che è in quell’ambito, e con la fortuna di trovarvi buoni mentori, che sviluppiamo il nostro futuro».
Ora vivi a Minneapolis: cosa ti manca di Ferrara e di Santa Maria Maddalena, dove abitano i tuoi genitori?
«Non ho bisogno di una ‘app’ per rispondere: il calore della famiglia, le risate degli amici, e il buon cibo. Solo il cibo è rimpiazzabile».