MILANO ARCHIVIO MOSCHEE PREGHIERA ISLAMICA  MUSULMANI
MILANO ARCHIVIO MOSCHEE PREGHIERA ISLAMICA MUSULMANI

Ferrara, 6 marzo 2016 - Una moschea in città? Più una questione simbolica che pratica, stando ai sentimenti di molti musulmani ferraresi. «La preghiera comunitaria la si può fare sia in moschea che al centro culturale» ammettono infatti molti fedeli. Ma, si sa, anche i simboli hanno il loro impatto. Per questo, anche sulla scia delle recenti aperture dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, in molti iniziano a farsi la stessa domanda: «Perché Bologna e Ravenna sì e Ferrara no?».

Istanza legittima per la minoranza più numerosa della provincia e che, nonostante l’inevitabile dibattito che provocherà, non potrà essere rimandata ancora a lungo. Soprattutto nel momento in cui ci si trova a fare i conti con le cosiddette seconde o addirittura terze generazioni, fatte di giovani al contempo musulmani e italiani. «Credo che ormai a Ferrara i tempi siano maturi per una moschea – è l’analisi di Hassan Samid, responsabile dei Giovani Musulmani di Ferrara –. L’amministrazione si è sempre dimostrata molto aperta nei confronti dei musulmani, anche in momenti delicati come quelli successivi ai fatti di Parigi».

A supporto di questa tesi anche l’inevitabile confronto con i ‘cugini’ di Ravenna, città che ospita una delle (poche) moschee ufficialmente riconosciute in Italia. «È a pochi chilometri da qui e il contesto sociale è molto simile – chiosa –. Allora perché non farla anche qui?». Un ragionamento che si sposa con quello formulato l’altro giorno a Bologna da Zuppi. L’arcivescovo si è sostanzialmente detto favorevole alla costruzione di un luogo di culto islamico nel capoluogo emiliano («La moschea? Sbaglia chi non la vuole»). Parole per certi versi sorprendenti quelle del prelato, che Samid definisce «un’apertura interessante».

Un passo importante che, visto il ‘pulpito’ dal quale arriva, potrebbe fungere da grimaldello per scardinare quella che il responsabile dei Giovani Musulmani definisce «l’umiliazione di non avere un luogo di culto ufficialmente riconosciuto, in un contesto in cui quasi tutte le altre confessioni ne hanno uno». Non che i tre centri culturali della città (via Oroboni, via Traversagno e quello più piccolo del Barco) non possano svolgere una funzione analoga. Questioni di lana caprina verrebbe da dire, se non fosse per le implicazioni simboliche oltre che istituzionali. «Per un musulmano non c’è differenza – aggiunge Samid –. Per noi è sufficiente avere un luogo in cui poter pregare insieme. Certo, quello che cambia è il riconoscimento istituzionale. Mancando un accordo con lo Stato nascono molte difficoltà, non ultima quella del riconoscimento delle guide religiose».

Questione che si riverbera anche sul campo della sicurezza, come ha sottolineato con parole non molto diverse l’arcivescovo felsineo («Costruire muri fa solo illudere di avere sicurezza»). Più delicato invece il discorso messo avanti dall’arcivescovo in merito al riconoscimento delle feste islamiche nelle scuole. «Un’apertura da approfondire – conclude Samid –, ma forse è un po’ troppo. Basterebbe soltanto che venisse riconosciuta l’assenza giustificata da scuola a dal lavoro per le due principali festività del calendario musulmano».