Ferrara, 16 marzo 2019 - C’è un quarto indagato per l’omicidio dell’alfonsinese Pier Paolo Minguzzi, il 21enne carabiniere di leva a Mesola sequestrato la notte del 21 aprile del 1987 mentre stava rincasando e ammazzato subito dopo.

Si tratta di un ultracinquantenne residente nel Ferrarese e che aveva conosciuto la vittima in un contesto di lavoro. L’uomo ha appreso solo ora di essere indagato in ragione della richiesta proroga dell’indagine di recente notificata sia a lui che agli altri tre uomini sotto accusa, ovvero l’idraulico del paese e due ex carabinieri all’epoca in servizio nella stessa Alfonsine e oggi residenti tra Ascoli Piceno e Pavia.

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Il ruolo del quarto uomo appare probabilmente agli inquirenti molto più defilato in questa vicenda rispetto a quello degli altri tre sospettati: lo si può dedurre dal fatto che solo su questi ultimi sia stato eseguito un tampone salivare per l’estrazione del Dna da comparare con i campioni prelevati dal cadavere del 21enne dopo la riesumazione del 25 luglio scorso dalla cappelletta di famiglia del camposanto alfonsinese dove il giovane riposava dal giorno del suo funerale. La notifica di proroga indagine, partita proprio in attesa della relazione sui risultati genetici, per il quarto uomo ha dunque avuto effetto anche di avviso di garanzia: potrebbe essere letta come una sorta di atto dovuto per qualcuno che proprio in quel periodo aveva avuto diversi contatti con la vittima.

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Minguzzi, rampollo di una famiglia di imprenditori alfonsinesi della frutta e impegnato in quel momento nel servizio militare alla caserma di Mesola, fu prelevato quando si trovava già sulla via di casa dopo avere riaccompagnato la fidanzata. E fu ucciso probabilmente quasi subito in una stalla abbandonata di Vaccolino, dove, secondo il medico legale, morì soffocato dopo essere stato legato a una massiccia grata sradicata proprio da quel casolare. Un caso riaperto a 31 anni dal delitto – il fascicolo contro ignoti era stato archiviato a metà anni ’90 – e reso ancora più complesso non solo dal notevole tempo trascorso ma anche da un fattore biologico imprescindibile: il giovane venne gettato nel Po di Volano, là dove il suo corpo – nel bel mezzo delle drammatiche trattative telefoniche con i rapitori – riaffiorò la mattina del successivo primo maggio, ben dieci giorni dopo. Un tempo nel quale insomma il deterioramento corporeo era stato accelerato dall’ambiente fluviale. I campioni prelevati dagli esperti, hanno tuttavia restituito un sussulto: una traccia di un dna non appartenente al ragazzo e isolata sotto all’unghia di un suo dito medio. Ed è con quella che il genetista Carlo Previderè dell’istituto di medicina legale di Pavia, sta confrontando i profili dei tre principali indagati: l’idraulico e i due ex carabinieri.