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28 apr 2022

"Pagavano per falsi permessi di soggiorno" Nei guai un commercialista e molti clandestini

Inchiesta su commercianti e artigiani ‘fantasma’: quarantotto indagati. Contestati reati dall’associazione per delinquere al falso in atto pubblico

28 apr 2022
cristina rufini;
Cronaca

di Cristina Rufini

FERRARA

Venditori ambulanti fantasma per ottenere il permesso di soggiorno, senza doversi preoccupare di lavorare veramente, ma solo per dimostrare il reddito minimo necessario per poter vedersi riconoscore lo status. Ruoterebbe attorno a questo sistema l’attività illecita scoperta dai militari della Guardia di finanza su un giro di permessi falsi che ha portato la Procura di Ferrara a chiudere le indagini per quarantotto persone; quarantacinque stranieri, tutti di nazionalità nigeriana, e un commercialista ferrarese insieme due suoi collaboratori. Le accuse contestate dal magistrato che ha coordinato l’inchiesta sono pesantissime: dall’associazione per delinquere al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dal falso in atto pubblico all’induzione in errore di pubblico ufficiale. Un giro di affari che per quanto concerne gli approfondimenti che hanno portato a chiudere le indagini per 48 persone si è snodato tra gli anni 2018 e 2019, ma che stando a quanto ricostruito proprio nel corso degli stesse approfondimenti dei finanzieri sarebbe ancor più datato nel tempo. Addirittura a partire dal 2014.

La segnalazione. A dare il via alle indagini della Procura un’informativa inviata dall’Ufficio immigrazione della Questura estense a seguito di un ingente aumento di richieste di permessi di soggiorno da parte di extracomunitari, prevalentemente niferiani. Un flusso che ha insospettito e spinto i funzionari dell’Ufficio immigrazione a inviare la segnalazione. Da qui sono scattate le indagini dei militari delle Fiamme gialle, coordinati, dal pm Andrea Maggioni.

Il raggiro. L’ipotesi investigativa è che il commercialista ferrarese compiacente, con la collaborazione di due collaboratori del suo studio, si occupasse di tutte le pratiche necessarie per aprire una partita iva da cui risultasse l’attività commerciale degli stranieri – tutti o quasi venditori ambulanti di abbigliamento o di oggetti di artigianato – per dimostrare di avere un reddito sociale superiore alla soglia minima necessaria per ottenere il permesso di soggiorno. Reddito derivante dalle attività più svariate: in particolare commercio al dettaglio e all’ingrosso. Ma anche di tipo artigianale o manifatturiero. Per nessuno degli stranieri finiti sotto inchiesta, però, dopo un approfondito controllo dei finanziaeri, risultavano sedi di lavoro o il possesso dei necessari macchinari o attrezzature. Ma neanche la collaborazione di alcuni dipendenti. A chiusura dell’anno fiscale, però, i consulenti inserivano nelle dichiarazioni presentate telematicamente dai loro clienti dati artefatti – secondo l’ipotesi accusatoria riportata nell’avviso di chiusura indagini – per far risultare una contabilità fittizia: dal fatturato alle spese sostenute, comprese quelle relative agli eventuali dipendenti che, così come le sedi di lavoro e macchinari, erano inesistenti.

Il giro di affari. Secondo quanto ricostruito dai militari, ogni commerciante o artigiano fantasma pagava per l’attività del commercialista un importo che variava dai cinquanta a cento euro a pratica. Quindi il professionista senza dover tenere una vera e propria contabilità intascava facilmente la somma pattuita e dall’altra parte gli stranieri che avrebbero potuto avere problemi a ottenere il permesso di soggiorno, riuscivano a dimostrare il reddito necessario per entrare in possesso di quel pezzo di carta che permetteva loro di rimanere regolarmente sul territorio nazionale. Questa attività si inserisce nell’azione specifica e generale che la Guardia di finanza svolge trasversalmente per difendere la legalità economico- finanziaria, sia per contrastare il favoreggiamento all’immigrazione clandestina a tutela degli interessi dello Stato.

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