Sangue di famiglia. Edda Ciano De Chirico e quel ritratto a Venezia

Nel libro il giornalista e scrittore Maurizio Sessa porta alla luce una serie di collegamenti con Ferrara

Sangue di famiglia. Edda Ciano  De Chirico e quel ritratto a Venezia

Sangue di famiglia. Edda Ciano De Chirico e quel ritratto a Venezia

‘Sangue di famiglia. Edda Ciano Mussolini. Amore, odio e perdono’ (Edizioni Medicea). Il titolo raccoglie tutti i risvolti della biografia della primogenita di Benito Mussolini: una storia controversa e in parte inedita, quella illustrata nel libro del giornalista e scrittore Maurizio Sessa, che sottolinea alcuni collegamenti con Ferrara.

Maurizio Sessa, nella vicenda della famiglia Ciano ci sono alcuni collegamenti curiosi, e poco conosciuti, con Ferrara: il primo è Giorgio De Chirico. "Tramite il giornalista Orio Vergani, amico di Galeazzo Ciano, a De Chirico vennero commissionati i ritratti di Galeazzo e Edda Cianno. Quello di Galeazzo finì presto nel dimenticatoio. Quello di Edda ebbe una passerella pubblica: la Biennale di Venezia del 1942, che segnò il ritorno di De Chirico nell’esposizione dopo dieci anni di assenza".

I Ciano avevano un interessante quadreria, in cui c’era anche un Boldini. I nazisti e i fascisti erano parecchio interessati a Boldini: perché?

"Soprattutto i nazisti. Hermann Goering, luogotenente di Hitler, ne aveva alcuni nella sua collezione e donò ‘La ballerina gitana’ a Ciano. E anche il ministro degli esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, regalò un Boldini a Galeazzo. Si intrecciò così un complesso fil rouge con il "ferrarese di Parigi" ancora da dipanare, sebbene se ne parli nel ‘Diario’ di Ciano. Nel 1959, in un party a Monte Carlo, Edda fu avvicinata dal collezionista d’arte Maurice de Rothschild che le chiese la restituzione di un’opera di Boldini che a lui risultava trovarsi a Roma, nell’attico dei conti Ciano. Edda cascò dalle nuvole perché della tela non ne sapeva niente".

Ferrara viene citata in un altro passaggio, riguardo ad alcuni repubblichini intransigenti.

"La cella di Galeazzo nel carcere di Verona era piantonata da due SS. Sembra che Mussolini non si fidasse dei secondini italiani. Aveva appreso, da fonti confidenziali, che se suo genero Galeazzo fosse stato scagionato dall’accusa di alto tradimento, per il voto contrario al duce nella seduta del Gran Consiglio, un gruppo di ferraresi della Repubblica Sociale Italiana era disposto ad entrare armi in pugno nel carcere e giustiziare Galeazzo. L’intransigenza ‘sanguinaria’ dei fascisti nudi e puri di Ferrara, forse, spiegherebbe perché Mussolini non si oppose a che suo genero fosse sorvegliato giorno e notte dai tedeschi".

Francesco Franchella