Tac
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Ferrara, 8 luglio 2019 - Una tac letta male e un tumore al polmone non riconosciuto mentre era allo stadio iniziale. Sarebbero queste, secondo i familiari, le cause del calvario di Gabriella Grossi, settantenne bondenese morta il 20 novembre 2013 dopo tredici mesi di odissea tra un ospedale e l’altro. Il tutto senza avere la diagnosi corretta se non quando ormai era troppo tardi per qualsiasi tipo di intervento, anche palliativo. Un incubo ricostruito nei dettagli nella denuncia-querela formalizzata dalla figlia e della nipote della donna.

I familiari di Gabriella, assistiti dall’avvocato Gisella Rossi, chiedono chiarezza sugli ultimi mesi di vita della congiunta e l’individuazione di eventuali responsabili. Secondo i parenti, infatti, Gabriella sarebbe stata «vittima della negligenza» e della «scarsa attenzione» di un medico che avrebbe «trattato superficialmente la questione» portando poi, a cascata, a una serie di diagnosi errate. Ma andiamo con ordine. Tutto comincia a gennaio 2012 con febbre, tosse e difficoltà a respirare. Sintomi compatibili con normali forme influenzali, inizialmente trattate con antibiotici. La situazione però non migliora. A seguito di una visita pneumologica, la donna viene sottoposta a una tac toracica, effettuata in un poliambulatorio del Mantovano. Il 16 maggio 2012 arriva il referto: nessuna importante anomalia. Nonostante le rassicurazioni, i sintomi persistono. Con questo referto in tasca, Grossi si sottopone ad altri accertamenti.

Prima viene visitata da un otorino poi ricoverata all’ospedale di Cento per un intervento (polipi vescicali) e poi al nosocomio di Baggiovara (Modena) per un problema ai piedi. In tutti i casi, i medici notano delle anomalie ma, sempre stando alla ricostruzione dei familiari, non vengono prese in considerazione perché confrontate con la tac (negativa) eseguita poche settimane prima. E siamo solo all’inizio. Nelle settimane successive entra ed esce dagli ospedali di Cento e Cona con disturbi sempre più gravi: tutti i sanitari sospettano però il cuore.

La svolta arriva il 17 giugno del 2013. Gabriella non riesce a respirare e la figlia la porta al pronto soccorso di Cento. Viene fatta una radiografia e viene ricoverata alla clinica Salus. Qui viene sottoposta a una nuova tac toracica (il referto è del 21 giugno) che evidenzia il tumore al polmone. Un carcinoma che, stando a un’oncologa interpellata dai familiari, sarebbe stato «già manifesto» alla prima analisi. Ormai però è tardi. Grossi morirà qualche mese dopo. Inizia così la battaglia giudiziaria di figlia e nipote. «Il ritardo diagnostico – denunciano – ha compromesso la qualità di vita» a cui avrebbe avuto diritto.

L’errata valutazione iniziale, si legge nell’esposto, «ha indotto in errore» gli altri medici con la conseguenza che il carcinoma «è rimasto sconosciuto fino a quando non è stato troppo tardi». Da qui la richiesta alla procura di agire (il reato ipotizzato è responsabilità colposa per morte o lesioni in ambito medico) nei confronti dello specialista che ha esaminato la prima tac e di eventuali altri responsabili della presunta diagnosi errata all’origine del calvario di Gabriella.