Sara Ghisellini (a destra), referente della diagnostica Covid dell’Azienda Ospedaliera
Sara Ghisellini (a destra), referente della diagnostica Covid dell’Azienda Ospedaliera

Ferrara, 18 febbraio 2021 - Il virus parla inglese, ed è già fra noi. Ma individuare a colpo d’occhio chi, tra i ferraresi positivi Covid, ora è alle prese con la temuta mutazione, non è semplice né automatico. "Non si può certo mettere il tampone in una macchina e sperare che esca la bandierina con l’Union Jack". Sara Ghisellini, referente per la diagnostica Covid dell’Azienda Ospedaliera Universitaria, sdrammatizza con un sorriso, ma non sottovaluta: "Anzi, l’attenzione è ai massimi livelli anche nel nostro territorio, nella consapevolezza che la ’variante inglese’ sta già circolando".

In che misura? La Regione ha certificato, sulla base di un’analisi a campione, l’insorgenza di quattro casi.
"Possono essere molti di più, perché quei casi sono l’esito di un test condotto su tamponi selezionati dalle singole aziende sanitarie, e inviati ai laboratori specializzati di Pievesestina in Romagna e di Parma, attrezzati con un sequenziatore che permette di individuare le variazioni del ’genoma’ del virus".
A livello provinciale non è possibile fare altrettanto?
"Sarebbe complesso e molto costoso, perché disporre di un ’sequenziatore’ significa compiere un investimento assai rilevante. Da un incontro preliminare, la direzione aziendale si è detta disposta a valutare l’acquisizione, così come non è mancato, da marzo 2020, un potenziamento costante del laboratorio. Ma poi i tempi di processazione dei tamponi, per indiduare quelli mutati, sono molto più lunghi di quelli normali. Servono almeno 48 ore per capire se siamo di fronte a una variante, inglese o di altra origine".
E allora che si fa?
"Almeno due volte la settimana inviamo campioni mirati, individuati anche in base alle segnalazioni del Dipartimento di Sanità Pubblica, ai laboratori di riferimento. Lo facciamo quando c’è la percezione di un focolaio che si attiva troppo repentinamente, o di una recrudescenza del virus in determinati soggetti. Perché, prima che con le indagini molecolari, la variante inglese si contrasta con un tracciamento serrato e con le precauzioni che, da mesi, tutti siamo tenuti a rispettare".
E da un punto di vista clinico?
"Posso riferire ciò dicono i virologi più accreditati. Che questa variante pare avere una capacità di trasmettersi più pervasiva, ma non si discosta dal virus originario. E non è evidente, dalla sintomatologia, che ne aumenti la gravità".
Torniamo perciò all’attività del laboratorio di Cona. Quanti campioni inviate a Pievesestina?
"Indicativamente il Dipartimento di Sanità Pubblica ce ne segnala una trentina alla settimana. Noi valutiamo, perché così va fatto, quelli che hanno una carica virale significativa, e ne spediamo alcuni. Ma non c’è bisogno di grandi numeri per capire che la variante inglese è già arrivata".