Il volantino per Willy
Il volantino per Willy

Ferrara, 16 maggio 2018 - Il caso Branchi non deve essere chiuso. Lo ha ribadito, in un’ora di discussione, l’avvocato Simone Bianchi davanti al gip Carlo Negri nell’udienza di opposizione all’archiviazione. Perché «nell’indagine del 1996 dell’Arma, c’era già scritto tutto, movente compreso». Tutto d’un fiato, il legale ha sciorinato nomi, date, fatti, testimonianze discordanti, bugie, omertà di quella parte di Goro che, in quasi 30 anni, ha continuato a tenere nascosto i nomi dei responsabili dell’omicidio di Willy, 18 anni, trovato nudo sull’argine del Po a Goro all’alba del 30 settembre 1988. «Ci sono nuovi elementi – spiega il legale –, testimoni mai sentiti che abbiamo portato all’attenzione del giudice e per questo siamo ottimisti perché l’inchiesta non venga archiviata».

Era già tutto scritto in tre pagine datate 29 settembre 1996, esattamente otto anni dopo l’omicidio. Tre pagine firmate da un ufficiale dell’Arma di Ferrara, nelle quali si ricostruiva chiaramente lo scenario in cui era maturato l’omicidio. A raccontare nel dettaglio i fatti al militare, fu un suo informatore (all’epoca ignoto), il quale ricordò subito l’ambiente «di perversione sessuale» in cui Willy finì, sfruttato in virtù del suo deficit cognitivo, e coinvolto «in convegni carnali». Il movente dell’assassinio era chiarissimo già all’epoca: il 18enne voleva uscire, ribellarsi, raccontare ai genitori e al fratello tutto quanto. Cosa che scatenò la reazione inconsulta dei partecipanti che temevano uno scandalo. La fonte parlò anche di «molte persone a conoscenza della verità», ma che «tacciono per paura e omertà». Poi i nomi, otto (tra cui una donna), di coloro che «avevano assistito all’omicidio o sapevano».

L’informatore ricordò che nelle fasi successive alla morte di Willy, un giovane (e fece il nome) di Goro riferì ad altri di aver visto particolari importanti dell’omicidio ma il padre bloccò quell’iniziativa «vantandosi poi in pubblico». Uno scenario circoscritto, chiaro, lampante, ma paradossalmente l’atto venne ‘dimenticato’ in un cassetto senza mai arrivare in procura. E quel testimone mai sentito nemmeno nella nuova inchiesta riaperta nel 2014. L’informativa, il 2 dicembre 2015, è stata poi oggetto di un’interrogazione parlamentare ancora senza risposte. E la stessa procura non ha mai saputo ufficialmente il perché di quella ricostruzione rimasta nel cassetto. «Ma negli atti – chiude il legale – c’è un’altra persona interessata alla vicenda e sentirla ora diventa fondamentale». Tra qualche giorno arriverà l’attesa risposta del gip.