Il cadavere di Willy Branchi (foto esclusive)
Il cadavere di Willy Branchi (foto esclusive)

Ferrara, 7 novembre 2014 - «WILLY? Sì, mi fecero il nome di chi lo ammazzò». La voce stanca, le parole scandite, taglienti come lame, precise. Una memoria di ferro, ricca di dettagli e puntualizzazioni nonostante siano trascorsi 26 anni da quella terribile notte del 29 settembre 1988 quando venne barbaramente assassinato il 18enne Vilfrido Luciano Branchi, detto Willy, e abbandonato lungo l'argine del Po a Goro, nel cuore del Basso ferrarese.

UNA NOTTE di nebbia fitta che, ancora oggi, aleggia su quel mistero. A parlare ora, per la prima volta, è don Tiziano Bruscagin, per oltre 30 anni (fino al 2001) sacerdote del paese. Ciò che riferisce sono confidenze «segrete» ricevute da persone a lui vicine, sono racconti. «Da normale cittadino sentivo, ero al corrente. Ho parlato con qualcuno anche fuori dalla confessione». Qualcuno, e fa riferimento ad almeno due persone precise citandone nomi e cognomi, che gli disse chi uccise il povero Willy. Il sacerdote fa riferimento a tre uomini: uno l'avrebbe ucciso, altri due aiutato ad occultare il cadavere. Perché ammazzarlo? Willy era l'amante di questa persona? «No, chiosa il parroco era un rapporto occasionale. Un passatempo per chi lo uccise». Perché massacrarlo? «Perché sicuramente il ragazzo, nella sua ingenuità, gli disse: adesso lo dico a mio fratello, o lo dico a qualcuno'».

L'inchiesta dell'epoca andò dritta verso Valeriano Forzati, il killer del night Laguna Blu, anno 1989 nel Basso Ferrarese. Il colonnello', come era chiamato, con una mitraglietta uccise quattro persone per poi fuggire in Argentina. «Quella era la pista più facile. Era un boom, un successone. Ma tutto fu sbagliato». Più lo si incalza, più il sacerdote fornisce dettagli, luoghi ben precisi, nomi. Parla della bicicletta di Willy che sarebbe stata nascosta. «Me la fecero trovare i ragazzini della parrocchia». Un sospiro lungo, poi il racconto riprende. «Dopo 26 anni sicuramente le situazioni sono perse nel tempo, qualcuno suppongo abbia confuso le cose, per buttare fumo».

IL PRESUNTO assassino andò mai a confessarsi? Il don alza la voce: «Questo non dovete chiedermelo. La confessione è un segreto». Dice ancora di essere andato da carabinieri e magistrati dell'epoca a raccontare la sua verità, ma dagli atti ufficiali del fascicolo non risulta nulla. «Andai, dissi tutto quanto. Non mi credettero. Cosa potevo fare, non potevo mica andare da loro con una mannaia». In una recente chiacchierata con chi scrive, il parroco disse una frase molto forte: ci dobbiamo vergognare tutti quanti, me compreso. «Ho fatto quello che dovevo fare sussurra ma non mi hanno ascoltato e mi sentivo in qualche modo responsabile».

Oggi, a 26 anni di distanza, l'avvocato della famiglia è pronto a presentare un esposto in procura per chiedere che l'inchiesta venga riaperta. «Perché io non do una mano visto queste testimonianze ricevute? Ci sono duemila a Goro che sanno esattamente quello che ho detto io - conclude il parroco - . Non posso coinvolgere nessuno». Se gli si chiede se parlò mai, in via confidenziale, con la persona che potrebbe aver ucciso Willy, don Tiziano si trincera dietro a un «non rispondo». Oggi queste sue parole potrebbero essere molto utili per riaprire l'inchiesta e portare a galla un'atroce verità.