Il dipinto di Bartolomeo Veneto per alcuni studiosi è un ritratto di Lucrezia Borgia
Il dipinto di Bartolomeo Veneto per alcuni studiosi è un ritratto di Lucrezia Borgia

Ferrara - Il 24 giugno di 500 anni fa si spegneva a Ferrara, per trovare eterna requie nel monastero del Corpus Domini, Lucrezia Borgia. Ne onoro la memoria, assieme a quella del padre, il controverso papa Alessandro VI (non esente dai mali dell’epoca, come nepotismo, simonia e concubinato), esecrato da noiosi moralisti che spesso, inclusa la stagione di decadenza intellettuale e spirituale contemporanea, preferiscono contrapporvi, esaltandolo, il ‘riformatore’ Martin Luther, uomo ossessionato, feroce e violentissimo antisemita, connivente complice nell’uccisione di migliaia di contadini, villica carne da macello. Dalla critica storica al pensiero politico, dalla letteratura alla musica, dal teatro alla fiction, grazie ai Borgia la creatività umana trova continuo pungolo.

Machiavelli e Guicciardini, Hugo e Donizetti, Flaubert, Byron e D’Annunzio, subirono il fascino del casato, sovente bollato da marchi d’infamia (come se i vari Della Rovere, Medici, Sforza, Colonna e Orsini nostrani fossero migliori), e della malia muliebre di Lucrezia. D’Annunzio sollecitò che la ciocca di biondi capelli di Lucrezia, conservata a Milano nella Biblioteca Ambrosiana assieme alle appassionate lettere tra lei e il cardinale Pietro Bembo, fosse riposta in una sovrabbondante teca anni XX, suscitando un gustoso scambio epistolare, con taglienti giudizi sul Vate d’Italia, tra Luca Beltrami e il futuro Pio XI.

Fu a Ferrara che la femme fatale, ormai duchessa, si espresse con libertà, felice sintesi tra devozione cristiana, esprit rinascimentale e imprenditoria, in particolare per l’impresa delle bonifiche ferraresi, che vide a sue spese lo scavo di canali, l’edificazione di argini, di mulini e di case per i contadini, il rifornimento ai braccianti di attrezzi agricoli. La lungimiranza strategica di Lucrezia fece fronte alla scarsità di risorse alimentari del territorio, aumentandone il patrimonio fondiario. Un po’ di gratitudine ebraica, infine, verso casa Borgia. Nonostante una certa severità con i ‘nuovi cristiani’ - gli ebrei convertiti a forza al cristianesimo che per lo più, tuttavia, rimasero in vario modo e tra infiniti rischi ‘criptoebrei’-, papa Alessandro (come pure Lucrezia) furono benevoli verso gli esuli di Spagna e, poi, di Portogallo, fatto mirabile.

I reali di Spagna, nazione cristianissima, nel 1492, stesso anno dell’elezione del catalano Borgia al soglio pontificio, espulsero gli ebrei, colà residenti da secoli e secoli, a meno che non si convertissero al cristianesimo. Si trattò degli stessi monarchi per le cui nozze Rodrigo molto si adoperò, assieme -ironia della sorte- ai rabbini e ministri Yitzhaq Abravanel e Avraham Senior (all’epoca ottantenne, optò poi per la conversione al cattolicesimo). Il papa paradossalmente accolse gli esuli nei suoi domini, come pure gli Este, nonostante l’infuriare dell’Inquisizione. L’astronomo e matematico Ya‘aqòv Provenzale divenne così il medico del papa; il celeberrimo stampatore Ghershom Soncino dedicò la sua edizione del Petrarca (Fano, 1503) a Cesare Borgia e, nel 1502, come attesta ne Il Cortigiano Baldassar Castiglioni, il celebre musico ebreo Ya‘aqòv Sansecondo -che per venustà maschile probabilmente fu il modello per l’Apollo di Raffaello nell’affresco vaticano Parnaso- suonò al matrimonio di Lucrezia con Alfonso I d’Este. Meraviglie di taluni eccentrici papi rinascimentali, cristiani più tolleranti di certi severi moralizzatori e riformatori, quali Paolo IV e (san) Pio V, che si rivelarono mostruosi per le crudeltà contro il popolo ebraico. Un fiore, dunque, da deporsi domani ai piedi di madonna Lucrezia.

Vittorio Robiati Bendaud