Da sinistra il presidente della Fondazione Meis Dario Disegni, Giulio Busi e il direttore Simonetta Della Seta

Ferrara, 29 giugno 2019 - La mostra sui primi mille anni degli ebrei in Italia è ancora in corso, sino a settembre. Ma il Meis guarda già avanti: la seconda, grande esposizione, sarà inaugurata il 14 marzo 2019 e riguarderà «il ruolo, fondamentale, che gli ebrei hanno avuto nel Rinascimento: stiamo già definendo importanti prestiti con musei e istituzioni italiane e straniere». A darne l’annuncio è il presidente Dario Disegni, durante l’incontro con Giulio Busi, tra i massimi esperti di ebraismo, e curatore principale della mostra del prossimo anno. Busi che ieri al bookshop del Meis ha accompagnato idealmente il pubblico nel viaggio che Beniamino da Tudela, nel XII secolo, condusse dalla Spagna sino alla Persia, censendo e documentando, con una narrazione a tratti asciutta, a volte anedottica, la presenza degli ebrei. Un libro (che presto verrà ripubblicato) che Busi ha accostato, non impropriamente, al ‘Milione’ di Marco Polo: «E come per il famoso mercante di Venezia, anche per il viaggio di Beniamino sono stati posti dubbi: ma più lo esamino, e più sono convinto della sua autenticità», sorride lo storico. Definendo capitolare il viaggio – di cui nella mostra al Meis è testimoniata la vastità, con una suggestiva cartina che traccia la lunga rotta –, con il quale Beniamino da Tudela «ha misurato la diaspora, aprendoci gli occhi sullo spazio, documentando le realtà ebraiche non solo per la loro consistenza, ma anche evidenziandone le interrelazioni con le realtà locali, politiche e religiose». Un ‘cammino’ suggestivo, che colpisce: «È stupefacente come la storia, oltre che nel tempo, si possa percorrere anche geograficamente», aggiunge Busi, prodigo di giudizi anche sul viaggio del Meis. «Dodici anni fa, a me per primo sembrava impossibile trovarmi qui, in questa realtà tanto viva e vivace – conclude, salutando il direttore Simonetta Della Seta –: eppure è stato un miracolo, all’italiana e all’ebraica, che consente di toccare con mano una macchina culturale ben funzionante, che interagisce con la società, e che è destinato a crescere in maniera esponenziale».

Stefano Lolli