Andrea Marchi, sindaco di Ostellato (foto Businesspress)

Ferrara, 9 marzo 2018 - «Non devono essere messe le teste di Calvano e Vitellio sulle picche. Ma una riflessione seria, su quello che anche a Ferrara non ha funzionato, va fatta al più presto». Andrea Marchi, sindaco di Ostellato, riflette sugli scenari, e sulle polemiche, post voto.

Come giudica le uscite di chi, a Ferrara come a Roma, chiede la tabula rasa dei segretari?

«Qualche sfogo personale era inevitabile, la definizione delle candidature è stata caratterizzata da troppa tensione. Ma agli occhi della gente questa rischia di apparire come la lotta degli ultimi giapponesi».

Quanto ha inciso il trend nazionale?

«Enormemente, ma non possiamo limitarci a quello. Dando questa lettura, come anche qualcuno tra noi va facendo, rischiamo di passare ancora come un partito intriso di arroganza e protervia, che cerca di dare la colpa ad altri».

Come cambiare?

«Ammodernando i gruppi dirigenti, aprendoci all’esterno, intercettando ambienti e persone magari vicine, ma che ci hanno visto come un nucleo arroccato. Penso che si dovrebbero fare le primarie, sia nazionali che locali, aperte non solo agli iscritti, ma anche ai simpatizzanti. Significa rompere blocchi precostituiti, che in parte esistono anche a Ferrara, e confrontarci direttamente con i cittadini».

Alcuni temi sembrano aver inciso in modo pesante sull’esito del voto locale: Carife, immigrazione.

«Sulla vicenda della banca il Pd si è mosso con voci diverse e a fasi alterne. C’è stato chi, come Bratti allora deputato, inizialmente ha detto di non essersene occupato, perché non era stato interpellato; poi abbiamo accelerato, ma ormai era tardi, la vicenda era stata sottovalutata, e non siamo stati considerati credibili».

E sul fronte immigrazione?

«Non da oggi, dico che bisognava non essere proni su decisioni calate dall’alto. Durante la fase Minniti, le cose sono migliorate, ma siamo stati troppo a lungo figli di un facile buonismo, che non fa bene a chi arriva nel nostro territorio, né a chi li ospita».

Tornando al partito, concorda con Marattin che chiede le dimissioni di Calvano e Vitellio?

«Concordare col metodo Marattin mi pare azzardato, conosciamo tutti come si pone. La realtà è che nel Pd, dal primo all’ultimo, siamo stati tutti sconfessati, e non esiste più alcun maître à penser, neppure a Ferrara. Non ci sono più padri e padrini, c’è un mondo che potremo recuperare solo stando, fisicamente, in mezzo alla gente, facendola partecipare, e incidere, in maniera concreta».

Come giudica il risultato di 5Stelle e Lega?

«Era atteso, ma la batosta è stata anche più forte. Adesso avranno i loro grattacapi a formare un governo, ed è giusto che sia così: sarebbe folle che il Pd desse un sostegno esterno. Verremmo annichiliti».

E sulle amministrative 2019?

«Non sono catastrofista, ma c’è tanto lavoro da fare. Bisogna aprire al nostro interno la rigorosa discussione che le dicevo, sapendo che tra i nostri avversari ci sono persone, come Alan Fabbri, capace e con una buona interlocuzione con il mondo economico e sociale, ben in grado di correre alle Comunali».

Punterebbe un euro sulla sua candidatura?

«Perché no, forse più di uno».

E un euro su Andrea Marchi come potenziale candidato alla segreteria provinciale? Una figura alla... Calenda?

«Nei panni di Calenda non mi ci ero ancora visto. Però, se lo dice lei...».