Ferrara, 4 luglio 2017 - Sarebbe bello che per certi concerti si potesse avere ciascuno una poltrona. O meglio ancora condividere un enorme divano, mentre in sottofondo i Fleet Foxes suonano come hanno suonato ieri in piazza Castello, davanti a 1500 persone, per la terza data di Ferrara sotto le stelle.

La loro è una musica genuina, suona dal vivo come suonerebbe su un vecchio giradischi sistemato. E poi c’è la scelta dei colori che si stagliano sul pannello dietro le loro spalle. Colori soffici, armoniosi, caldi come un bel tappeto sul quale appoggiare i piedi o far sonnecchiare un gatto. Una piazza Castello come un grande salotto a cielo aperto, davanti alla quale una delle alternative-rock band più acclamate del momento si è esibita a sei anni di distanza dal loro ultimo live in Italia.

Le armonie vocali dei Fleet Foxes ricordano musiche lontane. Un Bob Dylan meno spigoloso e più rarefatto, alcune ballate dei Jethro Tull, certe ampiezze come i Traffic in John Barleycorn must die. Meno fricchettoni, però. La loro è un’aurea che ricorda sì il passato ma che è moderna nei modi e nei gesti, come è altrettanto moderno il pubblico che li segue composto, assorto, in completo ascolto.

La band di Seattle parte con Am All That I Need / Arroyo Seco, Cassius e Naiads, tratti dal nuovo disco Crack-Up. Sale in un lieve crescendo in una lunga e delicata scaletta, che passa per Mykonos, incasella pure una cover dei Bee Gees (In the morning) e finisce proprio con la canzone che dà il titolo all’album, con quel senso di distruzione che porta a uno stato oltre, forse superiore delle cose.

In concerti così, come quando si ascolta un buon disco stesi sul divano, bisognerebbe ricordarsi di spegnere il cellulare, staccare dalle influenze esterne, farsi inglobare dalla morbidezza dei suoni che ci oltrepassano, sotto un cielo visibilmente stellato.