Saluti romani a una commemorazione della Marcia su Roma

Predappio, 22 ottobre 2018 - Chi vuol prendersi il piacere di farsi una bella strada di montagna s’inerpichi da Firenze dopo San Godenzo lungo il Muraglione e là scavalchi la selvaggia Alpe di San Benedetto scendendo lungo il torrente Montone e quindi imboccando la valle del Rabbi. Si troverà nella piana che lo conduce verso Forlì, la terra dove come diceva il Pascoli, ‘regnarono Guidi e Malatesta’. Là, dominate dalla torre della Rocca delle Caminate ch’era residenza estiva ufficiale del Duce, sorgono i paesi di Predappio Alta e Predappio Bassa: questa seconda carica di una sua monumentalità che si esprime nel palazzo del comune di stile eclettico neorinascimentale, nella chiesa di Sant’Antonio officiata dai frati francescani minori cui Mussolini era affezionato, nella casa del fascio in caratteristico stile razionalista e in una sistemazione urbanistica interessante incentrata sulla scuola elementare che il Duce volle dedicata a Rosa Maltoni, la madre amatissima, nonché sull’emiciclo del recinto attraverso il quale si accede all’altura della frazione di Dovia, dove in una casa colonica nacque il 29 luglio del 1883 colui che di Predappio resta comunque, piaccia o no, il cittadino più illustre

Non mi sembra una gran bella idea, nemmeno dal punto di vista del più incallito nostalgico, quella di ‘celebrare’ a Predappio l’anniversario della Marcia su Roma, il 28 ottobre, con un raduno al quale probabilmente ne corrisponderà un altro di segno opposto, con esiti che potrebbero anche essere molto antipatici. Questa faccenda del fascismo e dell’antifascismo, oltre settant’anni dopo la fine della guerra, dovrebbe una buona volta divenir serenamente storicizzata: e se non lo si fa ciò significa che il permanere o il rincrudirsi di questo clima serve a qualcuno.

Le polemiche sono inutili. E’ evidente che Predappio è mèta di una specie di ‘pellegrinaggio laico’, con tanto di culto delle reliquie: sono in molti che, per fede politica o per curiosità, visitano la cappella Mussolini nel centro del cimitero di San Cassiano, al margine del paese. Presso la cappella Mussolini, c’è quella della famiglia Zoli nella quale dorme lo statista democristiano (di sinistra) Adone: fu lui a caldeggiare nel 1956 da presidente del consiglio il ritorno delle spoglie del suo concittadino a casa. Gli abitanti del luogo a volte si mostrano un po’ seccati dinanzi al flusso dei pellegrini-visitatori: ma ne hanno il loro tornaconto perché, a parte gli ormai intollerabili negozi di gadgets che al di là del loro carattere apologetico sono in generale di un cattivo gusto spaventoso, ci sono i ristoranti e gli altri pubblici esercizi che da quel tipo di turismo traggono un buon guadagno.

Di tanto in tanto nasce qualche incidente, ma nulla di serio. E allora – premesso che le leggi contro l’apologia del fascismo ci sono e che anzi ce ne sono perfino troppe, e che là vengono ordinariamente disattese – sarebbe forse il caso di farla finita con l’ambiguità e di agire in modo coerente. Che il traffico dei souvenirs vada limitato e disciplinato, va da sé: è una questione di decoro. Da tempo si parla d’insediare nell’ex Casa del Fascio o nella casa natale del Duce un Centro di Studi sul fascismo, ma per fare qualcosa di serio ci vorrebbero fondi ardui a reperirsi, e comunque dovrebbe trattarsi di una fondazione pubblica: sul modello, per esempio, del Vittoriale di D’Annunzio a Gardone. Senonché in quel caso la struttura museale c’era si può dire già, dato che il Vate ci visse fino al 1938 spendendoci montagne di soldi del popolo italiano. Ma Mussolini, che lo lasciò fare, per quanto riguardava se stesso era estremamente sobrio.

Nell'incertezza, le cose resteranno a lungo come sono adesso: molto kitch, un bel po’ di folklore neofascista, parecchi pranzi in trattoria e nervi a fior di pelle. Una storia romagnola, con qualche lontano risvolto felliniano e una lontana aria da saga del Santo Patrono. Un po’ San Benito, un po’ Sangiovese.