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13 giu 2022

"A 50 anni addio posto fisso Meglio aprire un ristorante"

Marialuisa, ingegnere, ha lasciato un’azienda: gestisce un’osteria "Già prima della pandemia ho detto basta a un lavoro spersonalizzato"

13 giu 2022
Marialuisa Stradaioli nella sua ‘Osteria in salita’, nella sua casa natale a Santa Sofia
Marialuisa Stradaioli nella sua ‘Osteria in salita’, nella sua casa natale a Santa Sofia
Marialuisa Stradaioli nella sua ‘Osteria in salita’, nella sua casa natale a Santa Sofia
Marialuisa Stradaioli nella sua ‘Osteria in salita’, nella sua casa natale a Santa Sofia
Marialuisa Stradaioli nella sua ‘Osteria in salita’, nella sua casa natale a Santa Sofia
Marialuisa Stradaioli nella sua ‘Osteria in salita’, nella sua casa natale a Santa Sofia

La sua vita era sempre stata intrisa dal senso del dovere nei confronti dei genitori, che la volevano studentessa modello, plurilaureata, profonda conoscitrice della musica e professionista affermata, con un posto fisso in una delle più importanti società di servizi della regione. Fino a tre anni fa, quando, al compimento dei 50 anni, Marialuisa Stradaioli realizza che un ciclo è finito, che è giunto il momento della svolta. Rassegna le dimissioni, va via da Forlì e torna alle radici, a quel paesino tra i boschi in cui era nata e aveva imparato a cucinare dalle donne di famiglia: apre così un ristorante tutto suo a Santa Sofia, ‘L’osteria in salita’.

Stradaioli, com’è arrivata alla determinazione di dimettersi?

"Dopo aver conseguito la maturità classica e preso il diploma di pianoforte principalmente per accontentare i miei genitori, mi sono laureata in Ingegneria. Per oltre 22 anni ho lavorato nel settore ambientale, ma continuavo a covare una passione segreta per l’ospitalità e la buona cucina. Ogni volta che tentavo di parlarne con i miei, mi davano della matta e chiudevano il discorso".

Cos’è successo poi?

"Il lavoro in azienda diventava via via più pesante, tanto che ho cominciato a soffrire di forti attacchi di emicrania da stress. Poi mia madre si è ammalata e dovevo prendermi cura di lei, ma i datori di lavoro non hanno mai voluto venire incontro alle mie esigenze. Dopo oltre vent’anni mi sarei aspettata un trattamento differente".

Finché non arriva il suo cinquantesimo compleanno.

"Mia madre mi ha lasciata dopo appena tre mesi di malattia: la sua morte è stata un brutto colpo, ma ha anche rappresentato, per me, il momento in cui ero finalmente libera di decidere della mia vita. Senza deludere nessuno".

Dopo le dimissioni volontarie, è tornata al paese natio.

"I miei genitori mi avevano lasciato in eredità questa casa a Santa Sofia, dove sono nata e vissuta fino a quando non ci siamo trasferiti a Forlì perché io frequentassi le scuole medie. Tornare qui è stato come un tuffo nel passato: ho ritrovato le ricette di mia nonna e delle zie annotate su dei fogli, le stoviglie che si usavano un tempo, mobili e accessori antichi. Ho deciso così che avrei aperto un piccolo ristorante".

Quando l’ha inaugurato?

"Appena prima dell’emergenza Covid".

Questi due anni non saranno stati facili. Si è mai pentita della sua decisione?

"No, ma devo ammettere che, di questi tempi, non è facile portare avanti l’attività. La pandemia ci ha cambiati, la gente del paese si è disabituata a uscire e mangiar fuori: viviamo in attesa del weekend, che coincide con l’arrivo dei turisti. Navighiamo a vista".

Lei ha anticipato il fenomeno delle ‘grandi dimissioni’, che attualmente spadroneggia da un capo all’altro del globo. Cosa pensa di questa catena di dimissioni volontarie?

"Il mondo del lavoro è sempre più arido e spersonalizzato: per le aziende, piccole o grandi che siano, non siamo più persone, ma numeri. Forse è giunto il momento che sia i datori di lavoro, sia i lavoratori ridefiniscano i propri obiettivi e diano importanza a ciò che conta davvero. Solo così si potrà realizzare un cambiamento duraturo e concreto".

Maddalena de Franchis

© Riproduzione riservata

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