La storia di Giampaolo, a casa dopo 4 mesi di ospedale
La storia di Giampaolo, a casa dopo 4 mesi di ospedale

Forlì, 12 luglio 2020 - «Piega» ce l’ha fatta e finalmente è tornato a casa. "Piega", soprannome nato anni fa dopo una caduta in moto, è Giampaolo Milandri, 61 anni compiuti – ma non certo festeggiati – in maggio in uno dei tanti reparti dell’ospedale di Forlì dove ha trascorso gli ultimi quattro mesi, a lungo sospeso fra la vita e la morte dopo essersi ammalato di Covid-19. Ieri, ’Paolo’ (molti lo chiamano semplicemente così) è arrivato di fronte alla sua abitazione in via Bentivoglio. Un po’ frastornato, debole dopo aver perso 30 chili, felice, ma inconsapevole della sorpresa che gli avevano preparato gli amici più cari.

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Alle 10.44, sul marciapiede del supermercato Famila, una voce dice: "Raga, sta partendo adesso". È il segnale per gli ultimi preparativi: sistemare lo striscione con la scritta ‘Bentornato a casa’, controllare il volume di ‘Gonna fly now’ (indimenticabile brano dal film Rocky), colonna sonora dell’evento, e le ultime raccomandazioni del fratello gemello Giampiero: "Mi raccomando non avvicinatevi troppo e non toccatelo". Alle 11.01 una Opel grigio scura si ferma. Parte la musica, cominciano gli applausi, si accende anche un fumogeno. Giampaolo scende a fatica aiutato dalla moglie e dalla cognata Caterina, infermiera in Radiologia, l’unica che ha avuto la possibilità di vederlo e che è stata un punto di riferimento per tutti. Mentre cammina lentamente verso casa, Giampaolo vede gli amici, capisce e si commuove: "Non ci posso credere... Vi voglio abbracciare tutti... È stata durissima... Mi avete commosso, grazie ragazzi! Sono stati quattro mesi d’inferno. Grazie a tutti!". Mentre in diversi hanno le lacrime agli occhi, gli amici continuano con applausi e cori: "Pie-ga, Pie-ga!". Uno dei ragazzi gli urla: "Allora venerdì siamo qui sotto che usciamo...". Lui si volta e sorride. Poi il portone si chiude alle sue spalle. Poco dopo, però, si affaccia. Ricominciano cori e applausi. Lui ripete: "Io non ci credo ancora. Dovevo essere morto...".

«Venerdì 6 marzo siamo andati con i soliti amici a cena in un noto ristorante forlivese – racconta il fratello gemello, Giampiero –. Ci siamo divertiti molto e Paolo era in grande forma. Lunedì 9 ha cominciato ad avere la febbre che saliva e scendeva. Visto che alla Soilmec del gruppo Trevi a Cesena dove lavora c’erano stati diversi casi di Coronavirus, Paolo era seguito dall’Igiene pubblica di Cesena. Dopo qualche giorno la febbre si è alzata e sono comparsi i sintomi della malattia. Gli hanno fatto il tampone, è risultato positivo e venerdì 13 sono venuti a prenderlo. Da quel momento io non l’ho più visto fino a ieri: quattro mesi meno due giorni. E noi che eravamo con lui abbiamo tutti vissuto giorni di timore ed apprensione, anche se siamo stati tutti bene".
Da quel giorno inizia la lotta per la vita di Giampaolo. Che prima viene ricoverato nel reparto di Malattie infettive del Morgagni-Pierantoni, poi trasferito in Pneumologia e da lì, visto che la situazione peggiorava, in Rianimazione dove per 15 giorni resta sedato. Poi, con la situazione generale in miglioramento, poiché a Forlì si chiude il reparto-Covid, ‘Paolo’ viene trasferito all’ospedale di Lugo dove va da negativo ma torna ancora positivo. E allora di nuovo al reparto di Malattie infettive e poi ancora in Pneumologia dove però la situazione migliora. E allora ecco il trasferimento a Forlimpopoli per un lavoro di riabilitazione e riattivazione fisica e muscolare. Ma dove nessuno lo poteva vedere, eccettuata la moglie Simona, e solo mezz’ora al giorno.
 

A casa, intanto, Giampiero soffriva: "Ha vissuto tre mesi cercando di dar coraggio e fiducia al fratello – racconta la moglie Cristina che è infermiera –. Si è tenuto vivo cercando di tenerlo vivo. Grazie ai tablet, donati a certi reparti, attraverso cui lo poteva vedere e parlargli". Per Giampiero è stata molto dura: "Ho vissuto mesi cercando di trovare la forza per andare avanti. Otto anni fa fui sottoposto ad un intervento a cuore aperto e rischiai di morire, poi mi sono ripreso, questa volta invece è toccato a lui. Si vede che non era ancora arrivato il nostro momento e quindi dobbiamo andare avanti con fiducia. In questi quattro mesi l’ho intravisto solo una volta, a Forlimpopoli, da lontano". Fratelli gemelli simili in tutto, anche nelle vicende della vita. Entrambi infatti si sono sposati ed hanno avuto una figlia. Poi si sono separati, si sono risposati e le rispettive figlie li hanno resi nonni di una bambina ciascuno. Legami particolari, indissolubili.
 

Come quelli che si creano a volte fra medici, infermieri e pazienti. Giampiero lo sa bene: "Vogliamo ringraziare tutti i medici, gli infermieri e tutti coloro che in questi mesi sono stati vicini a mio fratello. Lui aveva una fibra forte, ma loro sono stati tutti non solo veramente bravi e professionali, ma anche stupendi per il supporto psicologico che ci hanno dato, soprattutto in Rianimazione ma non solo. Vanno lodati tutti perché hanno lavorato con bravura, responsabilità, ma anche tanto sentimento".
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