Operatori sanitari durante una visita a domicilio nella fase del lockdown (Frasca)
Operatori sanitari durante una visita a domicilio nella fase del lockdown (Frasca)

Forlì, 10 giugno 2020 - Sono morti in casa, senza nemmeno chiamare aiuto. Altri sono rimasti vivi, ma col cuore danneggiato. Ecco quello che è capitato anche a Forlì nei mesi dell’emergenza: per il terrore di contrarre il Coronavirus, ci sono stati pazienti che non hanno contattato il 118 nemmeno se colpiti da infarto. "Abbiamo assistito a un crollo del 40% dei ricoveri per patologie cardiologiche", conferma il dottor Marcello Galvani, primario di Cardiologia all’ospedale Morgagni-Pierantoni.

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Dottor Galvani, la Società italiana di cardiologia ha stimato che la mortalità per infarto, durante il lockdown, sia triplicata. Cos’è accaduto?
"Riepilogo quanto emerso. Fin da marzo abbiamo notato che erano in netta diminuzione i ricoveri per infarto. A maggio, i risultati sono apparsi sulla più importante rivista medica del mondo, il New England Journal of Medicine. È uscito un articolo, di cui sono stato fra gli estensori, che prendeva in esame le regioni più colpite dal Covid nell’Italia settentrionale, mettendo a raffronto i numeri dei ricoveri per infarto dal 20 febbraio al 31 marzo con quelli dello stesso periodo del 2019 e con il quadro presente dall’1 gennaio al 19 febbraio 2020".

Con quali esiti?
"Il calo è stato fra il 30 e il 40%".

I pazienti non chiamavano il 118?
"No, almeno in parte le persone sono rimaste a casa, pur in presenza di sintomi evidenti. Avevano paura di infettarsi. Si stima che gli infarti accaduti fra le mura domestiche siano aumentati del 50%".

Con ripercussioni sulla mortalità.
"Sì, è aumentata anche fino a 3 volte quello che accade di solito. Uno scenario inquietante".

Cosa ha notato nella sua esperienza?
"Abbiamo visto pazienti che si sono presentati in ospedale uno, due, persino tre giorni dopo l’evento, ma nel frattempo il cuore aveva già subìto danni, con complicanze che non vedevamo più da vent’anni. Sono morte anche persone giovani, una cosa che ci ha fatto soffrire tutti".

Quando un mese fa l’Istat ha registrato un aumento della mortalità in Italia superiore a quella attribuita al Covid, sui media si è sostenuto che c’erano molte morti ‘occultate’ causate dal virus. La verità allora è un’altra?
"Può darsi che ci siano anche persone decedute a causa del Covid che non è stato diagnosticato, ma la parte di sicuro prevalente è dovuta a morti dovute ad altre patologie non adeguatamente trattate".

Il messaggio era: restate a casa.
"Certo, era giusto e ha salvato molte vite. Ma nei casi gravi, per esempio le patologie cardiache, l’ospedale andava chiamato. A Forlì le urgenze si facevano, ma alcuni non si presentavano. Lo stesso Pronto soccorso ha registrato un crollo di casi, per esempio nessuno per le coliche renali. Ribadisco il messaggio: nelle situazioni di urgenza contattare il servizio sanitario".

Lo scenario è cambiato in queste ultime settimane?
"Sì, c’è un effetto rimbalzo, i numeri di casi in Cardiologia sono tornati quelli di prima dell’emergenza, se non di più".

Come fate con le numerose visite saltate?
"Durante il lockdown i pazienti cronici sono stati contattati al telefono, per fissare nuovi appuntamenti. C’è stato un calo del 30% nelle prestazioni, ora stiamo cercando di recuperare, con grande impegno del personale medico e infermieristico, ma i tempi si sono allungati a causa delle precauzioni, una visita passa da 20 a 30 minuti di media".