Il maggiore Pietro D’Imperio, comandante del nucleo investigativo dei carabinieri di Forlì,  presenta l’operazione
Il maggiore Pietro D’Imperio, comandante del nucleo investigativo dei carabinieri di Forlì, presenta l’operazione

Forlì, 14 ottobre 2017 - Non bastava il riciclaggio di soldi sporchi fatto con banconote reali. Di carta. Adesso arriva anche il lavaggio di quattrini illeciti elettronici. Ossia il riciclaggio di bitcoin, la più nota moneta digitale attualmente in circolazione nel mondo del web. Un bitcoin vale 5mila euro. E lui, 26enne della provincia di Modena, fino ad oggi insospettabile esperto informatico, effettuava per l’accusa 500 scambi mensili, ricavandone, su un valore di 500 mila euro, una percentuale dell’8%. Niente male. Poi è arrivata la legge. E la festa è di colpo finita.

Il ragazzo è stato arrestato con un’ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Forlì, Giorgio Di Giorgio: è accusato di riciclaggio, indebito utilizzo di carte di credito e porto abusivo in luogo pubblico di arma da fuoco. Per l’accusa (pm Sara Posa) il ragazzo era uno spacciatore di bitcoin. A spedire in trappola il 26enne modenese è stato un rapporto d’affari (sporchi) con una giovane coppia di Forlì, arrestata nel gennaio scorso per aver comprato via internet della droga dalla Germania. Droga acquistata coi bitcoin che i due forlivesi avevano acquisito proprio dal giovane informatico (i due forlivesi sono però estranei a questa indagine). Quando l’hanno fermato, in stazione a Bologna, a fine settembre, gli investigatori forlivesi hanno trovato nella valigetta dell’informatico 52mila euro in contanti. Altri settemila li aveva a casa, dove, nello sciacquone, è stata trovata anche la chiavetta con tutti i codici segreti.

Poi però lui ha proseguito, stando all’accusa, la sua attività illecita. E allora sono scattate le manette. Ora, data la sua collaborazione con gli inquirenti, è libero con l’obbligo di firma. Sequestrata al ragazzo anche la sua pistola, una Glock automatica farcita di piombo, che il 26enne appoggiava con cura sul tavolo quando trattava affari particolarmente delicati che movimentavano montagne di soldi, reali e digitali. (Il porto d’armi il giovane l’aveva solo in ambito sportivo).

Perché a forza di fare girare nella giostra del mercato nero del web i suoi bitcoin illeciti, il ragazzo stava diventando ricco. Ricchissimo. D’altronde per i carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo del comando provinciale di Forlì-Cesena, diretti dal colonnello Gianluigi Cirtoli e dal maggiore Pietro D’Imperio, il 26enne modenese era un genio del settore. Lui i bitcoin li comprava dalle centrali di produzione (zecche digitali sottobanco) e poi li rivendeva. Dalla pubblica accusa, il 26enne emiliano viene definito come una sorta «di pusher di bitcoin». Scambiato via internet, il bitcoin è legale; ma in verità non c’è ancora una legislazione che lo disciplini; così il bitcoin può facilmente diventare illegale, specie se usato per ripulire soldi reali provenienti da affari sporchi, classico dispostivo del riciclaggio tradizionale. L’indagato stesso ha ammesso che il 75% dei suoi clienti «era incline al riciclaggio di denaro nero». Così alla fine ha deciso di virare i suoi affari sul versante illecito. Ma gli è andata male. Malissimo.