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13 giu 2022

Dimissioni volontarie, siamo noni in Italia

Il Covid e la guerra hanno cambiato la mentalità: si cerca un equilibrio tra impiego e vita privata

13 giu 2022

I più creativi parlano di ‘Yolo economy’, riprendendo il classico motto del ‘si vive una volta sola’, che in inglese suona più o meno così: ‘you only live once’ (da qui l’acronimo ‘yolo’). Qualcun altro le definisce, più semplicemente, ‘grandi dimissioni’: si tratta del fenomeno – sempre più diffuso, in Italia come nel resto dei Paesi occidentali – delle dimissioni volontarie, non di rado da incarichi a tempo indeterminato e con brillanti prospettive di carriera.

Quali sono le ragioni? La pandemia e i ripetuti lockdown hanno sicuramente cambiato il modo di lavorare: la ricerca di flessibilità e del giusto equilibrio con la vita privata sono diventati una priorità. Non solo: le crescenti incertezze a livello globale, dovute anche alla guerra in Ucraina, hanno probabilmente convinto le persone (i più giovani, ma non solo) che niente dura per sempre. Occorre ascoltare i propri bisogni più profondi prima che sia troppo tardi.

L’Emilia-Romagna è la regione italiana in cui le dimissioni volontarie sono più diffuse: rispetto al 2019, lo scorso anno è stato registrato un calo di 180mila lavoratori in regione (pari al -1,1%). Il tasso di popolazione attiva (riguardante la fascia d’età fra 15 e 64 anni) nella provincia di Forlì-Cesena è diminuito nel 2021 di 1,5 punti percentuali, attestandosi al 68,2%. Malgrado ciò, Forlì-Cesena si trova fra le prime dieci province d’Italia per tasso di occupazione, piazzandosi al nono posto (Bologna, Ravenna, Ferrara e Parma sono le emiliano-romagnole che ci precedono). Il fenomeno delle ‘grandi dimissioni’ ha interessato anche la nostra provincia, che risulta nona in Italia per numero di dimissioni volontarie. È la fotografia scattata dall’Agenzia regionale per il lavoro dell’Emilia-Romagna, che ha elaborato dati Istat relativi al periodo 2018-2021.

Un secondo studio, recentemente condotto nel nostro Paese dall’Osservatorio risorse umane del Politecnico di Milano, conferma che il 45% degli occupati ha dichiarato di aver cambiato lavoro nell’ultimo anno, o di avere intenzione di farlo entro 18 mesi. Una decisione motivata non solo dall’esigenza di migliori stipendi, ma capace di riflettere un malessere emotivo e psicologico che spesso le organizzazioni non riescono ad affrontare adeguatamente. Il tasso di turnover (tasso di ricambio del personale, ovvero il flusso di persone in entrata e in uscita da un’azienda) è aumentato per il 73% delle organizzazioni nel 2021. E non sempre chi lascia un tempo indeterminato ha un piano B: quattro su dieci non hanno valutato alternative. Una rivoluzione? Sicuramente un maggior dinamismo del mercato del lavoro, che in Italia è sempre stato bloccato dall’obiettivo del ‘posto fisso’, da raggiungere – insegnano i film di Checco Zalone – a qualsiasi costo.

m. d. f.

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