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20 apr 2022

Fulgor Forlì, Boccio in aula: "Non ho mai truffato i tifosi"

Per la prima volta presente l’ex patron accusato di bancarotta. La moglie Mirela Chirisi: "Io ho seguito Max, ma non so nulla"

20 apr 2022
maurizio burnacci
Cronaca
Massimiliano Boccio, detto Max, ex cestista ed ex manager bolognese, fu patron della Fulgor nel 2014. Ieri è qui ritratto durante la sua deposizione in aula. Sotto, Boccio con la moglie Mirela Chirisi, appena arrivati a Forlì (Frasca)
Massimiliano Boccio, detto Max, fu patron della Fulgor nel 2014
Massimiliano Boccio, detto Max, ex cestista ed ex manager bolognese, fu patron della Fulgor nel 2014. Ieri è qui ritratto durante la sua deposizione in aula. Sotto, Boccio con la moglie Mirela Chirisi, appena arrivati a Forlì (Frasca)
Massimiliano Boccio, detto Max, fu patron della Fulgor nel 2014

Forlì, 20 aprile 2022 - Eccoli in aula. Tutti e due. Max Boccio, bolognese, e la moglie Mirela Chirisi, di origini rumene (entrambi 47enni). Per la prima volta i timonieri della Fulgor Libertas dall’estate 2014 al gennaio 2015, quando cioè la società di basket forlivese venne estromessa dal campionato di A2 per mancati pagamenti degli stipendi (il fallimento venne invece decretato nell’aprile 2015), si presentano in tribunale dove sono accusati di bancarotta fraudolenta e truffa. L’approdo in piazzale Beccaria, in Smart, è alle 14.15. Un’ora più tardi lasciano la città. Dopo una rapida doppia testimonianza.

Mirela chiede di parlare per prima. Dichiarazioni spontanee. Senza domande. In tutto, due minuti: "Io voglio solo dire che in questa avventura sono stata trascinata da mio marito. Io avevo fiducia in lui. Poi, dopo tutto quello che è successo, con mio marito non ci siamo parlati per diverso tempo. Sono rimasta molto scossa. Io non so nulla di ciò che è successo. Sono estranea ad ogni fatto. Io ho messo solo il nome. E basta".

Trentacinque minuti dura la deposizione dell’altro imputato, Max Boccio, che risponde alle domande del suo avvocato, Manlio Guidazzi (pm e parti civili non hanno fatto domande).

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Boccio narra le origini dell’avventura forlivese. "I contatti li tenne Alberto Bucci, ex allenatore di serie A, mio amico fraterno, che purtroppo non c’è più. Incontrai a casa mia un paio di esponenti dei vecchi soci. Mi fecero vedere i libri contabili. I debiti erano mostruosi. Da 600mila a un milione e mezzo. Io chiesi spiegazioni di questi debiti, ma di fatto, Maurizio Giannelli, che era quello che faceva le mansioni da amministratore, non le diede... Io dissi che accettavo di entrare in società a un patto... Io avevo una doppia causa in Svizzera con una banca e una compagnia assicurativa... Contenziosi che, secondo i miei avvocati, sarebbero andati a buon fine. Così proposi di finanziare il progetto coi soldi che avrei incassato da quelle cause, chiedendo che venissero pagate le parcelle dei miei legali svizzeri... I soci forlivesi accettarono... In concreto però, dopo un paio di mesi, questo accordo non venne rispettato... Giannelli disse che comunque le parcelle si potevano pagare coi fondi della società stessa...".

Poi Boccio si tuffa nei rammarichi. "Fin dall’inizio trovai un clima di boicottaggio... Non certo dei tifosi, che sono stati splendidi... Un paio di sponsor rifiutarono di finanziarci... Un giorno l’avvocato della proprietà dei muri della sede della Fulgor, ci fece un pignoramento di 4mila euro per debiti che, per anni, nessuno aveva mai riscosso... Insomma, c’era un clima ostile... Io e mia moglie abbiamo dovuto spingere i vecchi soci a ratificare gli accordi davanti a un notaio... Tutti furono d’accordo... Tutti sapevano che le mie uniche garanzie erano i proventi delle cause svizzere...".

Per l’ex patron la deposizione si tramuta in flusso di coscienza: "Non mi sono intascato i soldi dei tifosi. Forse si pensa questo a causa di un episodio... ossia: fui costretto ad aprire il conto della società in una banca di Bologna, a causa di un disguido tecnico... per il fatto che Giannelli, che non figurava più come amnmnistratore, staccò un assegno da 20mila euro... e da lì scatto un allerta del centro di allarme interbancaria... Ma come si può pensare che io, che amo il basket e ho vissuto sempre di basket, sia venuto qui per fare una truffa?... Mica stiamo parlando di affari milionari. Cosa dovevo tirare fuori il sangue dalle rape? Lo giuro sulla tomba di mia mamma: non mai pensato di truffare nessuno, tantomeno i tifosi... Io volevo stare qui anni, costruire una grande squadra... E poi comunque tutti in società sapevano ogni mossa, tutti conoscevano ogni cifra. Abbiamo creato un giro d’affari di 300mila euro. Io e mia moglie abbiamo tirato fuori di tasca nostra 70mila euro. Andate a vedere i prospetti bancari. È tutto scritto. Io tra l’altro da questa avventura sono stato segnato... mi sono ammalato di diabete, ho subito un’operazione al cuore... Peccato, avevamo una bella squadra...". Prossima udienza, 17 maggio. Data della sentenza.

 

 

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