Un ragazzino al computer nella sua stanza (Immagine di repertorio)
Un ragazzino al computer nella sua stanza (Immagine di repertorio)

Forlì, 16 febbraio 2019 - ‘Hikikomori’ è una parola giapponese che significa ‘stare in disparte’: descrive lo stato di totale ritiro sociale dei ragazzi, per lo più adolescenti, che si isolano nella loro stanza. Se l’Hikikomori è un termine che entra ora nel lessico comune, è molto probabile, per non dire certo, che una famiglia, trovandosi per la prima volta di fronte alla porta chiusa del figlio, fatichi a riconoscerne i sintomi. Abbiamo incontrato una madre, residente in Romagna, che sta affrontando adesso questo fenomeno con suo figlio.

Signora, come è iniziata? 
«Non succede da un giorno all’altro. I primi disagi li ho registrati in seconda media: poca voglia di andare a scuola, disagio che si percepiva, ritardi a uscire di casa». 

A cosa ha attribuito questi segnali? 
«Spesso sono ragazzi introversi, il mio pure. Percepivo il disagio e mi sono rivolto alla scuola e anche ai servizi sociali». 

Cosa le hanno detto? 
«Nulla, proprio nulla. Solo che dovevo portare mio figlio a scuola». 

La situazione poi è peggiorata? 
«In terza media molto. Ho iniziato a far seguire mio figlio da alcuni psicologi, ma senza risultati. Poi alle superiori la situazione è precipitata, gli amici venivano a cercarlo a casa, ma lui inventava sempre una scusa per non uscire, finché non sono più venuti. Si preparava per andare a scuola, ma poi non usciva. Alla fine ha abbandonato il calcio e anche la scuola». 

Lei come ha reagito a queste situazioni?
«Nel peggiore dei modi, purtroppo l’ho scoperto dopo: costringendolo ad andare a scuola, a fare i compiti, togliendogli internet». 

Cose che farebbe chiunque. 
«Ma che sono sbagliate per ragazzi che decidono di sottrarsi alla società. Me lo hanno spiegato quando ho incontrato l’associazione Hikikomori Genitori».

Come si agisce quindi? 
«Il lavoro da fare è sui genitori, non sul figlio, almeno all’inizio. È un lavoro di comprensione, non di costrizione. Questo però mi fa ancora più rabbia». 

Perché? 
«Sapendolo prima avrei potuto fare qualcosa quando la porta era ancora aperta, prima che si chiudesse del tutto. Mio figlio è stato mesi con la porta sbarrata». 

Adesso come va? 
«Alcuni miglioramenti ci sono, il lavoro di comprensione ha portato a riaprire quella porta, mi ha anche chiesto aiuto per costruire un pc. Ma si va ad alti e bassi, bisogna avere molta pazienza». 

Come proseguirete? 
«Ora che la porta è aperta proveremo a iniziare un percorso anche con lui, ma ci possono volere anni. Noi siamo proprio all’inizio, ma nei convegni si sentono storie di segregazioni e percorsi anche molto lunghi». 

Con la scuola come fate? 
«Siamo ancora nella scuola dell’obbligo, ma adesso che la situazione è più chiara e la conoscono mi stanno venendo incontro, non chiedendomi di portare mio figlio per forza a scuola».