Mamma dopo il trapianto di cuore
Mamma dopo il trapianto di cuore

Forlì, 17 settembre 2020 - Emma ha otto mesi e due grandi occhi blu: è la vittoria più bella di Maria Foia, 39 anni, la mamma guerriera che l’ha voluta con tutte le sue forze dopo il trapianto di cuore. La bimba sente la sua voce e fa un gridolino da lontano, mentre il papà spinge il passeggino dove è seduta. Maria è nata e cresciuta a Vasto, ma vive ormai da anni a Forlì, dove è educatrice in una scuola materna. Sono appena una decina le donne che in Italia sono riuscite a diventare madri avendo nel petto il cuore di un donatore.

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La sua storia è stata presentata ieri al Sant’Orsola di Bologna insieme a dati lusinghieri: la sopravvivenza dei pazienti trapiantati di cuore a uno e a cinque anni è la più alta in Italia, rispettivamente dell’89% e dell’80%, superiore all’andamento nazionale che è dell’81% e del 73%. "La gravidanza – spiega Maria – è stata sempre un tarlo nella testa, con mio marito eravamo convinti di non poter avere figli, ma dopo il trapianto ho iniziato a ripensarci. Mi sono quasi sentita in colpa perché avevo paura che i medici pensassero che fossi un’ingrata: stavo mettendo a rischio questo cuore per poter realizzare il mio sogno, invece quando ho parlato con loro mi hanno detto così: ‘Maria, hai fatto un trapianto per avere una vita normale e cosa c’è di più bello che avere un figlio?’".

Un mese dopo il matrimonio, nel 2013, scopre di avere una grave malattia, la miocardite linfocitaria. "Il primo ricovero è stato a Vasto e dall’Abruzzo sono stata inviata subito al Sant’Orsola". Esami, test "e quando sembrava che mi avessero stabilizzata dopo uno scompenso cardiaco, è arrivato un aggravamento e un giorno il dottor Luciano Potena mi ha preso per mano e mi ha detto che doveva mettermi in lista per il trapianto". Ma i tempi d’attesa non erano compatibili con il peggioramento e Davide Pacini, direttore della Cardiochirurgia, sottolinea che a Maria "è stato necessario impiantare un sistema di assistenza meccanica". Insomma, un cuore artificiale "con cui per un anno sono andata al lavoro, in bici, fino a che non è arrivato il giorno del trapianto, a febbraio 2017".

Il racconto prosegue: "Il primo anno è stato complicato, ma quando sono stata bene ho pensato che avrei potuto chiedere il permesso di avere un figlio. E ce l’ho fatta. Se penso a un’altra gravidanza? Per ora mi godo Emma, poi si vedrà", risponde sorridendo. L’assessore regionale alla Sanità, Raffaele Donini, ha un figlio maschio: "Ma se avessi avuto una femmina l’avrei chiamata proprio Emma, era il nome di una mia bisnonna". Poi sottolinea: "La qualità professionale dei nostri specialisti non è disgiunta dalla qualità umana". Chiara Gibertoni, direttore generale, precisa: "Il centro trapianti di cuore, con attività per adulti e pediatrica, ha effettuato finora 540 trapianti, il terzo per numeri dopo Milano Niguarda e Pavia. E avere la sopravvivenza migliore a livello nazionale è un risultato eccezionale".