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13 mar 2022

"Medici di base, vedo un futuro catastrofico Anche a Forlì presto 15 zone non presidiate"

Immordino, segretario del sindacato Simet: "In Romagna scoperto il 10% dei posti, e il numero è destinato a crescere"

luca bertaccini
Cronaca

di Luca Bertaccini

Vincenzo Immordino, segretario provinciale e, da una settimana, anche regionale del Simet, sindacato italiano medici del territorio: qual è il quadro dei medici di medicina generale a Forlì e comprensorio?

"Parto dal recente pensionamento della dottoressa Laura Pezzi, che per 30 anni ha lavorato a Portico, Bocconi e San Benedetto. Il suo addio lascia in parte scoperta questa zona. In passato una situazione analoga si era verificata anche a Modigliana, dopo il pensionamento di Giancarlo Aulizio, e a Cusercoli e Civitella, dove resta un solo collega".

A Portico salirà due volte a settimana un collega che esercita a Rocca San Casciano. A San Benedetto andrà altre due volte. Non basta?

"Nel complesso, quella dei medici di famiglia è una situazione di sofferenza".

Come ci si è arrivati?

"C’è cecità politica, basti pensare al numero chiuso imposto alle facoltà universitarie, che poteva avere senso negli anni ‘60 - ‘70, non oggi. Quindi, dopo una ridondanza di iscritti a Medicina, oggi siamo passati alla situazione opposta".

Numericamente quanti medici di base mancano?

"In Romagna, su 700, ne mancano 70, cioè il 10%. Un numero destinato a crescere".

Perché prevede questo?

"Chi frequenta Medicina non vuole diventare medico di famiglia, a causa degli elevati carichi di lavoro, in particolar modo burocratici: abbiamo calcolato che oramai passiamo l’80% del nostro tempo per svolgere mansioni burocratiche e il restante 20% a fare i medici, cioè a curare i pazienti e a fare ipotesi diagnostiche. Detto dei giovani, chi può va in pensione. Normalmente è possibile farlo a 68 anni, ma chi può decidere di smettere, pur rimettendoci, esce anche a 62 anni".

Non c’è un ricambio automatico?

"No. Lo scorso semestre, a Forlì ha iniziato a lavorare un unico nuovo medico. Ora dovranno essere messe a bando 15 nuove zone, che hanno cioè la possibilità di ospitare studi medici. Questo significa che, nella sola Forlì, mancano di fatto 15 medici di famiglia".

Prevede che qualche suo collega si farà avanti per ‘aggiudicarsi’ queste zone?

"No. La mia previsione è catastrofica. Consideri che chi frequenta il corso di Medicina generale già al secondo potrebbe convenzionarsi e seguire un numero limitato di pazienti: 650, per poi crescere fino a 1.500. Ma questo avviene molto raramente per i motivi che spiegavo prima. E questo significa che molte zone restano senza il medico di famiglia, perché chi si avvicina alla professione prende altre strade. Ciò significa che si perdono i valori della professione, a partire da quello della territorialità".

Una delle possibili risposte, ha detto al Carlino il direttore sanitario dell’Ausl Mattia Altini, sono le Case della Salute. O Case di comunità come va di moda chiamarle adesso. Dovrebbero ospitare anche i medici di famiglia: è d’accordo?

"Non mi convince la distribuzione. Per fare un esempio: dov’è la Casa di comunità per chi vive a Santa Sofia? Purtroppo geograficamente abbiamo quattro vallate, e non è semplice fornire servizi su tutto il territorio".

Ci sono soluzioni per invertire la tendenza?

"Ora stiamo discutendo dell’accordo collettivo nazionale, che il Simet ha firmato, pur non condividendone tanti aspetti, per partecipare così alla discussione e messa a punto, tanto è vero che prosegue lo stato di agitazione. Per invertire la tendenza si dovrebbe ridurre la burocrazia e dare un riconoscimento economico equo. Il Covid ha peggiorato le cose, ma non deve essere un pretesto per continuare così".

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