Forlì, 20 maggio 2018 - Uno dei suoi molti cieli azzurri è affrescato sul soffitto di un voltone di Dozza, la città diventata celebre per i murales, dove è stato ingaggiato in occasione della 26ª biennale del muro dipinto, ma i suoi lavori trascendono l’arte da strada. Proprio ieri è stata inaugurata la sua nuova mostra ‘Apprendista stregone’ in via Casaglia, alla galleria Wundergrafik, esattamente di fronte all’edificio dove ha lavorato Moneyless, in occasione della prima edizione del Murali festival. Il forlivese 33enne Andrea Mario Bertocchi in arte Bert, dal suo punto di vista privilegiato, ha diversi spunti di riflessione sul festival dell’arte da strada che, in questi giorni, sta animando la città.


Qual è la sua impressione sul Murali festival?
"È una buona occasione per far conoscere la street art: che a volte fatica ad essere compresa, come spesso capita all’arte contemporanea. Una bella iniziativa, anche se noto qualche criticità".


Di che genere?
"A Dozza ho partecipato senza seguire un tema, mentre a Forlì si è scelto di assegnare un filo conduttore agli artisti: gli articoli della Costituzione. Questo è un punto controverso, se si parla di street art: una forma di espressione che dovrebbe essere anticonvenzionale per definizione".


Secondo lei Forlì ha le potenzialità per diventare una nuova Dozza?
"Forlì non ha le caratteristiche fisiche di Dozza, che è arroccata su una montagna. Non so se il festival potrà prendere quelle dimensioni. So, però, che la nostra è una città bellissima. Addirittura metafisica grazie alla sua architettura razionalista. Ricca di potenzialità che dobbiamo saper cogliere".


E il festival Murali non rappresenta un’occasione in questo senso?
"Certo. Anche perché gli artisti hanno in concessione pareti enormi, che sarebbe impensabile poter dipingere senza autorizzazioni. I nomi, poi, sono di livello. Il mio preferito è Eron, che ha dipinto vicolo San Domenico».


In più si dona una nuova immagine alla città.
"Questo è un punto su cui riflettere. Come la maggior parte degli artisti, io vorrei che le mie opere mi sopravvivessero. Che la loro vita fosse molto più lunga della mia. È un aspetto dell’opera d’arte che mi affascina. Invece questi dipinti sono destinati a durare una manciata di anni. A Dozza, ad esempio, ho visto che stavano già restaurando dipinti che sono stati realizzati appena 10 anni fa. Questo succede perché le opere sono esposte agli agenti atmosferici e perché non si sono prese molte precauzioni perché durino".


Si può dire che faccia parte dello spirito dell’arte da strada?
"In parte sì, anche se sarebbe possibile prolungare la loro vita stuccando i muri prima di dipingerli e passando dei vetrificanti, come ho fatto io a Dozza. Però, è vero: fa parte dello spirito della street art, e forse è anche per questo che non mi reputo uno street artist".


Eppure lei dipinge soprattutto cieli, un soggetto che si presta ai muri cittadini.
"Dipingo cieli perché trovo che parlino un linguaggio contemporaneo, ma allo stesso modo senza tempo. Si può dire che il cielo sia lo stesso da sempre, ma basta la scia di un aereo per modificarne il senso. Ho fatto dei murales, ma i miei sono dipinti forse più pensati per le gallerie".


Ma a lei piacerebbe dipingere un cielo a Forlì?
"Tantissimo! Se un mattino vi svegliate e vedete che su qualche muro di Forlì è comparso un cielo, sappiate che è mio. Ma, tutto sommato, non so se ho tanta voglia di rischiare una denuncia".