Davide Drei (a destra) entra in tribunale col suo legale, Francesco Roppo (Frasca)
Davide Drei (a destra) entra in tribunale col suo legale, Francesco Roppo (Frasca)

Forlì, 22 geannio 2020 - Seduta d’altri tempi, per il tribunale di Forlì: sette ore; e solo un break d’una quarantina di minuti segna una discontinuità nella lunghissima striscia verbale dei 10 testimoni. Che nell’ottica del pm Laura Brunelli dovrebbero inchiodare i tre imputati. La tattica accusatoria è semplice, e sempre straniante per l’escusso di turno: reiterare a ognuno le medesime domande, per congelare così la linea di discrimine dell’inchiesta scattata nel 2016 e dell’odierno processo; quella del 24 luglio 2015, quando emana il vagito iniziale Livia Tellus Holding; ossia quando si consuma la prima assemblea dei soci, che in sostanza sono i sindaci dei comuni del territorio più Davide Drei (primo imputato).

È l’atto di nascita della Holding. Ed è il giorno in cui lo stipendio del neopresidente di LTH – che sostituiva Livia Tellus Governance –, Gianfranco Marzocchi (secondo imputato), passa da 8mila annui a 30mila, "infrangendo – dice l’accusa – la disciplina nazionale che impone il risparmio del 20% del budget precedente sui compensi dei pubblici amministratori". Trentamila euro implementati però da 16mila euro, a seconda del raggiungimento degli obiettivi. Ecco. Pure questa fetta (i 16mila) farebbe scattare l’ulteriore violazione della normativa sugli stipdendi dei manager pubblici che svetta nella finanziaria 2012; quei 16mila sono una "indennità di risultato", ovvero, come rimarca la pm, "devoluti a fronte di un raggiungimento di obbiettivi prefissati".

"E dove sono questi obiettivi prefissati?" è la domanda a nastro che la Brunelli scodella ai testi. Che sul punto grippano, vanno in blocco. "Insomma, voi amministratori avete deliberato – punta il dito la pm ai vari ex sindaci che si alternano sullo scranno testimoniale –, non vi siete posti il problema che stavate commettendo una violazione di legge?". Tutti, dopo una sospensione silenziosa, chiosano con una serie di "non so... non ricordo..."; e lì allora la pm Brunelli infierisce: "Ma perché avete votato? Chi ve l’ha detto di farlo? C’era una relazione tecnica che ve lo indicava?". Dopo i soliti microsilenzi, spunta un "sì...". Ed emerge il nome del terzo imputato, Vittorio Severi.
Il terzetto è quello. Per l’accusa i tre avrebbero formato "una specie di cabina di regìa che ha redatto prima le bozze e poi le relazioni ufficiali da sottoporre alle giunte e all’assemblea dei soci. Nemmeno gli assessori di Forlì – sostiene il colonnello Pietro D’Imperio, a capo del servizio investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Forlì – sapevano nulla. Loro tre sono stati intercettati telefonicamente il 22 novembre 2016, dopo il pronunciamento della Corte dei Conti del 25 ottobre che bocciava lo stipendio a Marzocchi. Erano in fibrillazione. Cercavano una soluzione...".

Il team di avvocati difensori (Francesco Roppo per Drei; Marco Martines per Marzocchi; Antonio Baldacci per Severi) controbatte colpo su colpo (i testimoni erano di entrambe le parti). "Ma Marzocchi era operativo?". "Sempre. Senza di lui non avremmo fatto nulla" è la replica degli ex sindaci testimoni. Ma il punto resta sempre quel compenso, che per l’accusa è fuorilegge. Ed è da lì che è partito Massimiliano Pompignoli, consigliere regionale della Lega, sentito come primo teste: la sua querela fece scattare l’inchiesta.