Sara Pedri, ginecologa forlivese, dallo scorso autunno lavorava a Trento
Sara Pedri, ginecologa forlivese, dallo scorso autunno lavorava a Trento

Forlì, 18 giugno 2021 - "Vedevo quintuplo da quanto ero stanca", è il suo racconto in un messaggio vocale spedito tramite Whatsapp alla sorella. Sara Pedri descrive una conversazione con una collega, che al termine di una dura giornata di lavoro, le ‘permette’ di smontare dal proprio turno all'ospedale e tornare a casa, come se fosse una sorta di concessione. "È stato un pochino di mobbing", chiosa la giovane ginecologa. Il mobbing viene definito in psicologia come una sorta di persecuzione.

È la stessa parola che qualche giorno fa hanno utilizzato la Anaao Assomed (associazione dei medici e dirigenti sanitari italiani) e il Cimo (sindacato dei medici) della Provincia di Trento. Ed è un messaggio vocale che certamente hanno ascoltato anche i carabinieri di Forlì, che hanno raccolto la deposizione della sorella Emanuela lo scorso fine settimane, d’intesa con i colleghi militari di Trento. Al momento, sulla storia di Sara non ci sono né ipotesi di reato né indagati. Ma l’avvocato Nicodemo Gentile, per conto dell’associazione Penelope che tratta casi di persone scomparse, ha presentato una relazione di 15 pagine in cui ricostruisce ciò che accadeva in ospedale a Trento: sarà vagliato dalla Procura.

Altri due messaggi vocali di Sara sono stati riprodotti in tv. Uno che risale all’inizio dell’esperienza lavorativa, che rivela la soddisfazione per aver già operato nonostante fosse una delle ultime arrivate. E poi un altro, successivo, in cui racconta il clima dell’ambiente di lavoro decisamente peggiorato: "Le colleghe mi hanno spiegato che qui pretendono che non mangi e non dormi, non hai una vita e lavori solo. Mi hanno detto che qui non devi parlare delle tue esigenze, non interessano a nessuno anzi interessano solo in negativo". Dopo qualche settimana, Sara tornò a Forlì: era febbraio, sotto peso e stressata (lo dice un certificato medico). Il 3 marzo si dimette e il 4 scompare.

‘Chi l’ha visto?’ ha raccolto testimonianze di colleghe, dietro la richiesta di anonimato e senza mostrare il volto: tutte concordi nel raccontare l’ambiente. "A qualcuno hanno tirato ferri chirurgici in sala operatoria". "Ci sono alcuni medici anche bravi, che però non li fanno operare più". "Venivi annullato, anche per una cosa da nulla". "Ti fanno mettere in dubbio ciò che fai da anni, trovano l’errore dove non c’è, pur di metterti in difficoltà, ti sentivi un incapace". "Non si respira aria serena, c’è paura di parlare e di sbagliare". "Se c’era un problema non c’era possibilità di parlarne". Frasi che fanno rabbrividire, di fronte al caso di un probabile suicidio.

Un medico che, come Sara, se n’era andato, racconta alla troupe della Rai di non essere mai stato ricevuto e usa l’espressione "clima di omertà". L’ospedale ha aperto un’inchiesta interna, ma il direttore sanitario Antonio Ferro ha anticipato che "non ci sono elementi oggettivi di una connessione diretta tra lavoro e sparizione". Eppure la famiglia non si ferma: "Non servirà a ridarmi Sara – chiosa mamma Mirella – ma vorrei che il suo sacrificio fosse utile a qualcun altro...".