Tito Nocentini
Tito Nocentini

Forlì, 25 novembre 2018 - Da domani diventerà definitivamente efficace la fusione per incorporazione di Cariromagna nella capogruppo Intesa Sanpaolo. «L’operazione è in continuità con le scelte strategiche, che oltre dieci anni fa, nel 2007, hanno portato Cariromagna nel gruppo Intesa Sanpaolo – sostiene l’istituto con sede a Torino –, salvaguardandone la solidità e la capacità di stare sul mercato e di sostenere l’economia locale anche nei momenti di congiuntura più difficili per il sistema finanziario».

Intesa Sanpaolo già deteneva l’84,01% di Cariromagna (che conserva un 2,02% di azioni proprie). Nel gennaio scorso ha rilevato il 10,74% in mano alla Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì. In questi ultimi mesi ha acquisito il rimanente 3,23% in mano ad altri azionisti. La banca in Romagna ha 77 agenzie con 750 dipendenti e 150mila clienti, di cui quasi 6mila aziende. Nei primi nove mesi dell’anno ha erogato 596 milioni di euro di nuovo credito a medio-lungo termine.

 

Tito Nocentini, direttore regionale Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Molise di Intesa Sanpaolo: quali sono le ragioni che hanno portato all’incorporazione di Cariromagna in Intesa Sanpaolo?

«È l’esito di un percorso molto lungo. Il nostro piano industriale 2018-2021 ha l’obiettivo di semplificare la presenza sul territorio e dotarsi di una struttura più efficiente».

La banche locali non sono più al passo coi tempi?

«Il punto è che sono mutate le esigenze di mercato, che non richiedono più di avere una SpA territoriale. Del resto gli altri istituti di credito romagnoli, per vari motivi, non sono stati di particolare ausilio allo sviluppo della Romagna. È in corso un’evoluzione di cosa significa essere una banca del territorio».

Può approfondire ulteriormente questo concetto?

«Qualunque azienda di successo non può prescindere dall’innovazione e dall’accesso ai mercati internazionali. E non c’è direzione di banca locale che può accompagnare le imprese in queste due dimensioni: occorre far parte di un grande gruppo».

Cosa cambierà da domani per i vostri clienti?

«Solo l’Iban, ma per 6 mesi i due codici convivranno in automatico. Per il resto non ci sarà nessuna modifica, sia sul fronte dei servizi, i pagamenti, le carte e così via».

Resteranno le insegne Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna?

«Nell’immediato il problema non si pone. Più avanti, in caso di ristrutturazione delle filiali, può darsi che le sostituiremo, ma non nelle zone storiche della Cassa. Sappiamo che c’è chi tiene al marchio e preferiamo non urtare tali sensibilità».

Avete dei piani di sviluppo?

«Cito due esempi. Sul fronte produttivo, abbiamo delle iniziative specifiche sull’Industria 4.0, utili in Romagna dove è forte il manifatturiero. Su quello sociale e culturale, c’è la collaborazione con la Fondazione per co-finanziare attività per il sociale e progetti rivolti all’Università: da parte nostra investiremo un milione all’anno per un triennio».

Come hanno risposto i piccoli azionisti all’operazione appena conclusa?

«La lungimiranza della Fondazione ha introdotto nell’accordo il riconoscimento dello stesso valore di vendita delle quote ai quasi 4mila azionisti privati, il che non era affatto scontato. L’alternativa era un concambio con quote Intesa Sanpaolo».

Quali sono state le scelte?

«L’azionariato si è diviso circa a metà fra le due opzioni».

Quante agenzie saranno accorpate?

«Vogliamo filiali grandi, in grado di fornire più consulenza possibile, con orari estesi, anche al sabato. Ciò porterà a ridurre di un 10-15% nel prossimo triennio il numero degli sportelli in Romagna che ora sono 77».

Non a tutti questo piacerà.

«Lo capisco, ma abbiamo un’intesa con i tabaccai, per cui si possono fare prelievi di contanti fino a 150 euro. Se chiude qualche agenzia, ma ci sono trecento tabaccherie in più in cui prelevare, direi che è un falso problema».

Ci saranno conseguenze per il personale?

«Nessun esubero. L’unico impatto riguarderà pochissime figure professionali, addette alla segreteria generale di Cariromagna. Saranno ricollocate in altri ruoli».

In conclusione: come sarà garantito il legame con il territorio?

«Le filiali dispongono di forte autonomia organizzativa e decisionale, soprattutto nella concessione del credito. Sottolineo che, a differenza di altre banche, il nostro sostegno all’economia del territorio non è mai venuto meno, neppure nel periodo più critico. Il gruppo nel suo complesso, nelle regioni in cui opera, dal 2014 ha accompagnato 80mila imprese a rientrare in bonis. Per noi è un motivo di orgoglio».