Forlì, 29 aprile 2018 - Ventitre anni compiuti il 20 aprile, una voce che spacca, una grinta immensa inferiore solo alla sua umiltà. Ariane Salimata Diakìte, forlivese doc a dispetto del nome, da un lustro è corista di Laura Pausini. Genitori della Costa d’Avorio approdati all’ombra di Saffi in cerca di lavoro e due sorelline, la giovane cantante ha una storia dai contorni fiabeschi.

Ariane, quando ha iniziato a cantare?

«A 5 anni: mi esibivo con il telecomando a mo’ di microfono davanti a una platea formata dai miei pupazzi. A 12 sono entrata all’Ateneo Danza: al provino ho intonato ‘New York, New York’ di Liza Minnelli, ricevendo tanti complimenti. In quel momento ho capito che il canto poteva essere nel mio futuro. Ho iniziato a frequentare il liceo musicale, a prendere lezioni private e a fare concorsi in giro per la Romagna».

Dal ‘piccolo’ Festival del Pd al ‘grande’ Festival di Castrocaro.

«Nel 2011 arrivai in finale al Voci Nuove: una bellissima esperienza che conserverò sempre nel cuore anche se all’epoca piansi per non aver vinto. Fu la prima volta su un palco importante, in diretta tv su Rai 1. E poi a presentare c’era Fabrizio Frizzi, una persona deliziosa che permise a me e agli altri ragazzi di vincere l’emozione, facendoci sentire a casa».

E dopo Castrocaro?

«Mi sono iscritta a X Factor: all’ultimo step mi fece fuori Arisa, che poi ho incontrato a distanza di anni. Mi ha confessato di aver preso un abbaglio, ma forse è stato meglio così: non avrei potuto cogliere le opportunità presentatesi in seguito».

Fu allora che decise di abbandonare la musica?

«Sì, mi concentrai sulla scuola e nel tempo libero iniziai a collaborare con un’organizzatrice di eventi di lusso. Un giorno mi ritrovai a Solarolo a curare l’allestimento floreale per il battesimo di Paola, la figlia di Laura Pausini».

E cosa accadde?

«Il papà di Laura, Fabrizio, che è un noto talent scout, mi riconobbe. Mi chiese di intonare qualcosa davanti alla figlia, che inizialmente non avevo identificato. Cantai la prima cosa che mi venne in mente, ‘At last’ di Etta James, per non più di 15 secondi. Pensavo che fosse finita lì».

E invece...

«A distanza di un mesetto ricevetti una telefonata e poco più tardi ero in tour con Laura. Uno choc e un’opportunità immensa. Un punto di partenza, non di arrivo».

Ci racconti del tour.

«Il primo, nel 2013, doveva durare 6 mesi ed è andato avanti due anni. Il secondo si è concluso nel 2016. Ho girato tutto il mondo e pensare che avevo il terrore dell’aereo. Mi è rimasto nel cuore il Sudamerica: la gente è simile a noi romagnoli, da buona forchetta sono impazzita per asado argentino e tacos messicani. E dal punto vista professionale sono cresciuta al fianco di grandissimi artisti».

Emozioni particolari?

«La più grande a San Siro di fronte a una marea di gente: una botta di adrenalina! Il primo tour è stato magnifico ma dopo un po’ mi mancava la mia normalità: gli amici, la famiglia, la scuola. Devo ringraziare gli insegnanti e la preside del liceo classico che mi hanno sostenuto e consentito di prendere la maturità».

Com’è Laura Pausini?

«Esattamente come appare, una romagnola genuina. Carina, semplice, mai altezzosa. Mette al primo posto la famiglia. Sul lavoro mi ha insegnato l’importanza della precisione e del sacrificio».

Ha poi pensato di intraprendere una carriera da solista?

«Sì, sono seguita da un produttore tedesco a Stoccarda. Ho scelto l’estero perché in Italia sono conosciuta come corista. Il 10 maggio terrò il mio primo concerto, in Svizzera a Locarno, e a fine 2018 dovrebbe uscire il singolo».

Un sogno per futuro?

«Vorrei essere felice, ma purtroppo, in amore sono sfortunata. Sono tornata single al termine di una storia durata 7 anni. Una batosta che però sul palco trasformo in grinta disumana».