Inchiesta sulle mascherine, le intercettazioni di Pini: “Servono le certificazioni, non voglio mica finire in galera”

Così la procura di Forlì ha ricostruito i contatti con Hong Kong per la fornitura all’Ausl: "Lì ci mettete poco". Il partner dell’affare, dall’Oriente, rispondeva: "Dimmi che marchio serve e lo faccio aggiungere"

Gianluca Pini, arrestato nell'ambito dell'inchiesta su una fornitura di mascherine anti covid

Gianluca Pini, arrestato nell'ambito dell'inchiesta su una fornitura di mascherine anti covid

Forlì, 24 giugno 2023 – Gian Andrea Pesci ha oggi 52 anni. Nato a Genova, tutti lo chiamano John, forse perché dal 1993 vive a Hong Kong. Il suo ruolo nell’inchiesta sulle mascherine non è stato ritenuto penalmente rilevante, ma è cruciale: si concentra fra il 14 marzo e il 2 aprile 2020. La prima data è due giorni prima di quando l’imprenditore ed ex parlamentare Gianluca Pini firma il contratto per la fornitura all’Ausl (il 16); la seconda corrisponde all’arrivo del primo mezzo milione di dispositivi di protezione anti-Covid.

Agli atti ci sono giorni di telefonate e messaggi Whatsapp roventi, per riuscire a fare in tempo. Parole che, secondo gli inquirenti, dimostrano che Pini sapeva di vendere prodotti con certificazioni false

Pini, interrogato ieri pomeriggio dal Gip, ha risposto alle domande respinto le accuse”. 

È Pesci a contattare Pini dall’estremo Oriente: ha disponibilità di mascherine marcate Ce, ovvero quello che serve per piazzarle in Europa. Ci sono alcune insidie: "Il prezzo è giornaliero, come la Borsa", avvisa Pesci. "Più si va avanti e più cala – riflette l’amministratore della società di import/export Codice –. E il rischio è che vengano requisite dalla Protezione civile". Ci sono dunque diversi dettagli da definire: l’ex parlamentare dice di avere "contatti" per organizzare lo "sdoganamento diretto". In alcuni passaggi, i due affrontano normative che, al netto dell’inchiesta e delle ipotesi di reato, sono certamente complesse, tanto più perché è necessario fare presto: l’Ausl Romagna ha già disdetto tre contratti (uno proprio con un’azienda di Hong Kong) perché i dispositivi promessi non sono poi arrivati.

Pini valuta l’idea ma riflette: "Se scazzo una fornitura su un presidio medico, c’è l’arresto. E io la notte voglio dormire sonni tranquilli". Parole amare alla luce della custodia all’alba di giovedì. Ancora in altri momenti: "Il problema è che il prodotto sia effettivamente conforme. Non ho nessuna voglia di sputtanarmi né di farmi 3 anni di galera".

Poi su un certificato mancante: "A me serve l’originale. Serve tutto in assoluta regola". "Un errore e sono dolori. Anche penalmente". Pesci spesso esorta ad aggirare le prescrizioni, che Pini vorrebbe rispettare: "Un certificato lo facciamo uscire! Trova un dichiarante doganale sveglio". Pini frena. Pesci, un giorno, gli spiega alcune cose: ammette di avere consegnato 50mila mascherine quella mattina stessa ad altri acquirenti italiani. "Ma non erano a norma. Avevamo certificati alla carlona".

Questo succede perché "il mondo intero, da due settimane, sta comprando mascherine dalla Cina. In Cina tutti fanno le maschere, ma non tutti sono certificati. Solo il 20% può essere esportato". Un giorno, Pesci arriva a proporre una soluzione: "Guarda qual è la cosa più facile poi scriviamo quello che serve".

C’è un dettaglio da mettere a fuoco: le protezioni devono essere realizzate ex novo. Con alcune caratteristiche che di volta in volta Pini segnala al partner nell’affare: "Servono i certificati per lo Stato, non basta il marchio" – sono alcune delle parole di Pini, che pare più attento dell’altro –. "Fatti mandare le certificazioni che chiedono. Sono obbligatorie o non sdoganano". "Chi certifica? Deve essere un ente accreditato tipo Inspec". "Non c’è scritto che è Astm 3. Bisogna che lo mettano. Bisogna che correggano scrivendo 99%". A queste ripetute richieste tecniche, Pesci spesso risponde: "Lo faccio aggiungere" o "dimmi cosa serve esattamente", "adesso lo chiedo e te lo mando".

Poche ore prima di firmare il contratto con l’Ausl Romagna (secondo la procura di Forlì, con l’aiuto di Gianluca Prati, 50enne forlivese dipendente Ausl), l’ex parlamentare manda a John Pesci un’immagine di una certificazione Uni. "Chiedo di mandarmi tutti i certificati che hanno. Così vediamo cosa esce", è la risposta.

Ad ogni modo, le continue richieste danno alla procura l’idea di un prodotto cucito su misura. "Trova il modo di farceli avere. A Hong Kong ci metti poco", scrive Pini tra il 15 e il 16 marzo, a poche ore dalla firma sul contratto con l’Ausl. "Stanno per stampare le scatole, ho bisogno di sapere cosa va messo", dirà Pesci in un altro momento.

Sono passaggi chiave nelle carte dell’indagine: la procura annota che "Pini non aveva idea del prodotto che avrebbe reperito". E si dice certa che "i certificati sono falsi". Quelli che l’ex parlamentare inserisce nel contratto devono essere "dispositivi Ce rilasciati da Inspec". "Un’indicazione fatta al solo scopo di fornire all’Ausl la parvenza di affidabilità e ottenere il contratto". Pini, secondo i pm, "sapeva che fosse falso", anzi "sempre di più". In aprile 2020 dice all’interlocutore: "Senti, le mascherine le ho già vendute. Se non consegno sono cazzi amarissimi". Viceversa con gli acquirenti privati (alcune aziende del territorio, per i loro dipendenti e non solo) non ci sono tanti problemi.

L’Ausl invece non è incappata in rilievi penali. Tranne che per Gianluca Prati, che in questa fase sembrerebbe tranquillizzare i manager sanitari (è accusato di falso ideologico, falso in atto pubblico e frode). Del resto, nell’ottica dell’accusa, è stato lui a segnalare all’ex leghista la possibilità di un affare. Poi alle Dogane ci sarebbero stati gli uomini di Marcello Minenna, direttore generale.