Pierfrancesco Favino ne ‘La notte prima delle foreste’, allo Stignani dal 16 al 20 gennaio
Pierfrancesco Favino ne ‘La notte prima delle foreste’, allo Stignani dal 16 al 20 gennaio

Imola, 10 gennaio 2019 - Se c’è un’arte fatta per raccontare il mondo che vede, capitolo per capitolo, accartocciandolo o lasciandolo scivolare via, è il teatro: simulazione scenica delle vicissitudini dell’animo umano. “Nella notte poco prima delle foreste” ((La nuit juste avant les forêts), pièce di disorientante bellezza firmata da Bernard-Marie Koltès, Pierfrancesco Favino, dopo la performance al Festival di Sanremo 2018 quando spaccò l’opinione pubblica, torna a indossare i panni di uno straniero, un diverso che s’ingegna con artifizi da illusionista a diventare un eguale. Ad ascoltarlo mentre affabula storie di donne e di angeli incontrati qua e là - esatto opposto di quelli di Wenders - è un bambino diafano sotto la pioggia, in un altrove misterioso. Pièce colma di tormenti paradigmatica di un’attualità che desta allarme, dal 16 al 20 gennaio in scena al Teatro Stignani di Imola per la regia di Lorenzo Gioielli. Che si presta a dissipare le zone d’ombra dell’atto unico.

Trovandosi a tu per tu con Koltès, Favino e il pubblico quale strada ha scelto di imboccare per la regia de “La notte”?

«Quella di portare alla luce tutto quanto è percepibile dell’umanissimo sconcerto che il racconto trasmette attraverso l’interprete e il testo. Importanti al pari del pubblico. Noi i registi restiamo appena dei cuochi, in qualche caso straordinari».

Una mano gliela dà il mattatore Favino, la sua attorialità mai scontata …

«Pierfrancesco è una sintesi del bello, non è questione di immedesimazione, ma di coincidenza: è difficilissimo renderli differenti, dirimere il flusso che esce da quella cosa. Lui è “parlato” dal testo, senza accenni di retorica e mistica. Con grandi margini di variazione nell’ambito della recita, sera per sera».

Magari con un minimo comune denominatore?

«Male non verrà mai, a volte straordinario e a volte bene».

Rivaleggiando con un testo di suprema bellezza, agganciato alla realtà drammatica che solchiamo oggi, alla fine è il vero vincitore.

«Eh sì, perché migliora ed è migliorato da un atto unico molto speciale nell’arco della drammaturgia mondiale. Scritto quarant’anni fa e che adesso brucia sulla carne viva, perché il problema in questo momento è quasi perturbante. Nella prima di qualche giorno fa a Pontedera, c’era imbarazzo».

La realtà/ irrealtà più urgente o seducente che si svela nella pièce?

«Credo la diversità come bene condiviso, non è possibile definirci uguali, immagino che tra 400 anni questa vicenda si ambienterà su Marte e lui verrà dalla Luna».

Azzardiamo un accento, un colorito e una nazionalità dello straniero?

«Ha un modo di parlare e un accento che Pierfrancesco ha spalmato in almeno otto etnie. Pelle ambrata, alla fine è diventato verosimile, ma completamente artificiale. Abbiamo raccontato quanto il diverso fosse a disagio nelle varie situazioni, reclamando comprensione e amore, ma gli escono di bocca cose che alla fine parlano di me e di tutti. Banalmente ci conviene accettare e accogliere le diversità».

L’altro vincitore è lei nella misura in cui ritiene di aver assolto a quel “calore, obiettività e ascolto indispensabili a un regista.

«Francamente sì, una regia teatrale è una cosa complessa, non tutti sanno di cosa si stia parlando, un assistente di Caravaggio può avvicinarsi al maestro senza esserlo. Ma il regista non è l’artista».

Epitome del tutto così diventa…?

«Una vecchia massima di mio padre Salvatore, fruttaiolo ai Mercati generali: “È importante scegliere se comprendere o essere felici”».